• La Vita nuova

Ancora alla ricerca…

È, ahimè, passato qualche anno da quando, annusando ormai l’odore del mezzo secolo di vita, amavo friggere sulla graticola dei luoghi comuni lo stantio ritornello “la vita comincia a cinquant’anni!”.

Già un solo giorno dopo il compleanno, il manifestarsi di acciacchi che in quella circostanza si pretenderebbe veder svanire magicamente ha segnato indelebilmente l’infondatezza (e la sfrontatezza) del “fake”, creando – in gente malgrado tutto ostinata e credulona come chi scrive – un successivo gradino nella scalata delle illusioni: «forse, gli anni della rinascita, sono sessanta, non cinquanta!…»

È meraviglioso pensare alle sottigliezze della mente umana, alla sua capacità di contorcersi, retrocedere, ricrearsi e riproporsi alla ricerca di una pur minima speranza di positività nel “lento scorrere senza uno scopo di questa cosa… che chiami… vita…”, per dirla con Mastro Guccini.

Così, si affrontano altri dieci anni di acciacchi e speranza, di illusioni e timori, nell’unica certezza di vivere un’esistenza tenuta in piedi da fili sottili e precari.

William (il Bardo) mette in bocca al suo Amleto un “To be, or not to be” entrato ormai nel DNA dell’umanità occidentale. Paul Gauguin si sente in dovere di dipingere “Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo?” in attesa dell’inquieto interrogativo di Erich Fromm: “Avere o essere?”. Tutto questo (e altro ancora) quando ancora la nostra esistenza non è comprovata dall’inconfutabile presenza sui “social” (vedi “Il grido della «casalinga di Voghera» perso nel mare di Facebook”). O, almeno, presumibilmente inconfutabile, perché anche in questo caso non vi è certezza di esistenza. Tra falsi profili o veri profili duplicati fino all’ossessione, alla conta del chi c’è e chi non c’è il pallottoliere entra in crisi. E, decisamente, anche il lume della ragione.

Dunque, esistiamo perché “rappresentabili” e “rappresentati”: da Facebook, come dalla Carta d’identità, da Instagram come dalla Tessera Sanitaria, o da Twitter, dalla card del libraio o del supermercato, dal bancomat, dall’abbonamento alla rete dei trasporti.

Siamo reali perché dematerializzati e riassunti in nickname, schermi, password e frammenti di plastica microchippati, questi ultimi, in particolare, delegati a rappresentarci di fronte all’Autorità politica, giudiziaria ed economica. La coperta di Linus è un feticcio risibile se messa a confronto con le nostre “carte”.

Le quali, sia ben chiaro, si accompagnano da sempre con altri ulteriori totem dell’esistenza: la tessera (ancora?) di questa o quella associazione (per esistere bisogna appartenere, meglio se a qualcosa di buono…), la fotina del matrimonio o quella della neonata progenie («’Sta ragazzina l’ho fatta io! Guarda quanto mi somiglia: se c’è lei, ci sono anch’io!»).

È un equilibrio perfetto… finché dura…

Ma un giorno (quando anche i sessant’anni sono passati e la Vita sembra non ricominciare mai), il Fato travestito da ladro (questo, sì, esistente) ti riporta a zero, ti resetta, ti riduce alla stregua di un feto.

Se fino a pochi istanti prima potevi avere qualche dubbio, comunque confortato da tutti i tuoi orpelli esistenziali, ora, definitivamente, senti di non essere: di non essere mai nato, cresciuto, esistito. E come un feto, senti prepotente il bisogno di un’incubatrice.

Ti senti improvvisamente nudo, anche se porti il cappotto, impotente e coglione (sì, perché se ti ficchi nella metropolitana romana con tutti i documenti contenuti nello stesso portafogli che poi – a sua volta – riponi con scarsa lucidità nella tasca posteriore dei pantaloni, un po’ coglione lo sei…). Dopo avere ripetutamente tastato ogni tasca e ogni possibile pertugio senza alcun risultato, pur non esistendo, razionalizzi: è successo!

Sconfortato, inesistente ed ovviamente incazzato, razionalizzi la razionalizzazione e tutto il suo contorno: “cogito, ergo sum!”, diceva quello lì. E, seppure a fatica, un tiepido sorriso riesce a farsi largo tra le lacrime che non riescono a scorrere, anch’esse virtuali. Ragiono e penso, quindi sono, esisto!

Alla faccia delle carte e dei feticci, ci sono. Nudo come un neonato, come uno che non ha niente ma ha tutto davanti.

E poi, con tutti i totem microchippati nuovi di zecca, sarà finalmente una vita nuova a tutto tondo? Si vedrà: per ora non è dato sapere!

Quel che è certo è che non esiste una possibile data anagrafica per la rinascita, per ricreare noi stessi. Trenta, cinquanta o settant’anni? Ma chi se ne frega!

Riprendere coscienza della propria esistenza non dipende dal calendario, ma da quello che siamo dentro.

E, magari, anche dall’aiuto di un ladro. Li mortacci sua!…


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