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» PROGETTO RUSTSCHUK
Rustschuk, sul basso Danubio, dove sono venuto
al mondo, era per un bambino una città meravigliosa,
e quando dico che si trova in Bulgaria ne do
un'immagine insufficiente, perché nella stessa
Rustschuk vivevano persone di origine diversissima,
in un solo giorno si potevano sentire sette
o otto lingue. Oltre ai bulgari, che spesso
venivano dalle campagne, c'erano molti turchi,
che abitavano in un quartiere tutto per loro,
che confinava con il quartiere degli “spagnoli”,
dove stavamo noi. C'erano greci, albanesi, armeni,
zingari. (...) C'era anche qualche russo, ma
erano casi isolati.
Essendo un bambino
non avevo una chiara visione di questa molteplicità,
ma ne vivevo continuamente gli effetti. (...)
Rustschuk era un'antica città portuale
sul Danubio e come tale aveva la sua importanza.
A causa del porto aveva attirato persone da
ogni parte, e del fiume si faceva un gran parlare.
(...)
Elias Canetti da "LA LINGUA
SALVATA"
Col passare del tempo mi fu di conforto una trasmissione
RAI nella quale il nostro Istituto era citato ad esempio
di integrazione dei ragazzi stranieri.
Facendo una ricerca storica nel nostro archivio
sono riuscita a trovare i primi registri del
1899 andando avanti negli anni fino ad oggi.
Abbiamo avuto una varietà di studenti che si
sono diplomati nella nostra scuola provenienti
da tutto il mondo. Dall'America Latina, dall'Africa,
dalla vecchia Repubblica del Togo, dalla Libia,
Eritrea, Somalia, Kenya.
I ragazzi che hanno
studiato da noi, andando via come Periti Agrari,
hanno portato con se la nostra Civiltà contadina
e la loro esperienza, ed attualmente occupano
posti molto importanti, nei paesi di provenienza,
nel campo dell'agricoltura.
*****
Lo spirito di ospitare allievi stranieri
rimane, fino ad oggi nel nostro Istituto, parallelo
a quello dell'immigrazione interna dalle campagne
verso la città di studenti che per vocazione
sceglievano quest'indirizzo. E oggi noi, addirittura,
possiamo dire di aspirare per il futuro a diventare
un Istituto internazionale: per incrementare
una società multietnica e multiculturale, ma
anche per esportare cultura italiana all'estero...
Maria A. Graziani / Giorgio
Stazi
da "SENZA CUORE – Storia dell'Istruzione" [RAI - EDUCATIONAL]
Secondo passo, ancora molto lontano per uno stimolo
adeguato a comporre una base di lavoro.
Nel frattempo il lavoro
reale con i ragazzi aveva messo parzialmente in crisi
l'origine dell'idea, basata sui racconti e sui sentito
dire relativi all'anno precedente. L'arrivo dei nuovi
albanesi aveva ulteriormente e forse radicalmente cambiato
la geografia e le dinamiche del convitto. Prima di gettare
idee sul tavolo era opportuno attendere gli sviluppi
della situazione cercando di comprendere meglio i nuovi
problemi. Sviluppi e problemi che non si sono fatti
attendere e che tutti conosciamo.
Ma il problema principale che ho riscontrato non è stato
tanto quello degli attriti tra i ragazzi (peraltro fisiologici),
quanto il nostro (nostro) modo di rapportarci
sia con alcune situazioni anche sgradevoli, sia con
i ragazzi (albanesi in particolare).
Conosciamo le ragioni del disagio che all'interno del
Collegio Educatori possono portare ad una frattura disastrosa
dal punto di vista professionale, quando ben sappiamo
che le nostre difficoltà possono essere superate solo
alla luce di una completa serenità intellettuale. Se
è vera la necessità di omogeneizzare i comportamenti
rispetto alle strutture della vita convittuale, con
la stessa capacità di giudizio e di azione che ci siamo
riconosciuti, credo sia opportuno crearci quel minimo
di forma mentale che ci permetta di e-ducere il meglio da qualsiasi ragazzo, qualunque ne sia latitudine
e retroterra culturale di provenienza. Le questioni
del contendere le conosciamo e sulla base di queste,
non essendo in grado di dare risposte o soluzioni e
considerando che di questi tempi uno "zibaldone" non
si nega a nessuno, ho pensato opportuno investire un
po' del mio dolce far niente estivo per crearne uno
personale immaginato allo scopo di sfatare qualche luogo
comune e per vedere con altri occhi sia i ragazzi che
noi stessi.
Chiaramente non sempre e/o non necessariamente ho
cercato o trovato spunti specifici sull'Albania, sugli
albanesi o – peggio – sulla figura dell'istitutore,
ma ho ritenuto divertente e comunque istruttivo muovermi
"nei dintorni" per comprendere e far comprendere quanto
i nostri problemi non siano poi così particolari o patologici.
Quanti, tra i colleghi, non avranno cestinato fin
qui queste pagine (questa frase,
quando è stata scritta, doveva essere una battuta: alla
fine della riunione durante la quale questo documento
è stato presentato, almeno il 70% delle copie distribuite
era effettivamente già nei cestini! - NdW),
troveranno forse abbastanza interessante anche il seguito.
A patto di essere coscienti della necessità di educare
incessantemente e innanzi tutto noi stessi, che siamo
forse il vero Progetto Rustschuk.
(…) A questo punto non si può fare a meno di
affrontare brevemente la questione, apparentemente
banale, della devianza per necessità. Non tanto
per gli effetti immediati che può causare quanto
per un complesso di situazioni più articolato.
Il crimine derivato dalla mancanza di lavoro,
e quindi di mezzi di sostentamento, per quanto
mai nel dimenticatoio, ha lasciato il posto
in ampi strati della nostra società ad un derivato
che riguarda in particolare i giovani (attenzione:
non SOLO i giovani - N.d.R. 1999 -):
il timore di essere soppiantati socialmente
da “altri” che, generalmente ritenuti inferiori,
possano in qualche modo affermarsi in una società
fortemente meritocratica. A questa posizione
inconscia se ne lega un'altra di cui abbiamo
già detto: incontrare una cultura (l'insieme
dei valori, norme ed istituzioni) diversa ci
limita o impedisce la previsione di azioni o
reazioni altrui provocando uno stato di disagio
e apprensione al quale si può rispondere
● accettando di
rielaborare le proprie internizzazioni (ciò
che può essere definito come 'educazione permanente')
consci del fatto che comunque una società non
rimane fissa ed immutabile;
● scegliendo la
via più breve, che passando per una generica
intolleranza arriva spesso a vere e proprie
forme di devianza criminale (pestaggi, incendi,
omicidi).
Fra tutto ciò che si poteva evidenziare,
quest'ultimo aspetto assume una certa importanza
per quello che ci riguarda perché si è notato
che i ragazzi del Convitto[1] hanno spesso la tendenza a percorrere le
vie più brevi (dal loro microcosmo a quanto
li aspetta fuori) e questo deve spingerci al
massimo della proposta educativa sempre con
l'attenzione ai mutamenti ed agli sconvolgimenti
dei tempi che viviamo.
Raffaele Corte, Giuseppe Denaro,
Michele Germano dalle note introduttive al
Corso di Autoaggiornamento 1995/1996 "CINEMA
E DEVIANZE GIOVANILI"
II ▪ ITALIANI, QUALE GENTE?
Dopo l'unità d'Italia una circolare del governo ordinava
agli insegnanti elementari di iniziare ogni giorno le
lezioni facendo esclamare ad alta voce nelle classi:
“Chi siamo? Siamo i-ta-lia-ni”. Da allora ad oggi il
comune confine politico, le guerre combattute, le campagne
nazionalistiche, l'istruzione obbligatoria, il servizio
militare, i sempre maggiori scambi interni di popolazione,
hanno portato un po' per volta ad una società nuova
consapevole, nel bene e nel male, della propria “italianità”.
Questo tuttavia senza poter considerare l'Italia come
uniforme e compatta sotto il profilo culturale e civile.
Le differenze da parte a parte sono sempre esistite,
ancora persistono e si sono talora persino accentuate.
Il divario tra Nord e Sud, che contrappone due Italie
diverse per cause storiche, antropologiche ed economiche,
non è scomparso. Appartenere ad una comunità, ad un'etnia,
ad una nazione vuol dire avere un fondamento di valori
unitari (leggi, lingua ed ordinamento politico compatti),
ma non necessariamente essere uniformi nei modi di vita,
nei comportamenti, negli usi, nelle ideologie.
La storia fa inevitabilmente del nostro paese un
mosaico di diverse italianità tra le quali si collocano
numerose etnie stabili da secoli sul territorio.
Se è vero che gli operatori della scuola devono riconoscere
la necessità della salvaguardia della lingua come fattore
unificante, essi non possono dimenticare che fino a
tempi relativamente recenti l'italiano rappresentava
uno scoglio insormontabile per i nativi stessi, ed ancor
più non possono dimenticare la grossa percentuale di
cittadini con passaporto italiano che in realtà comunicano
principalmente per mezzo di lingue autoctone o straniere.
Un primo sguardo alla cartina linguistica d'Italia
ci presenta, dal Nord al Sud, una Nazione che si distribuisce
tra franco-provenzali, ladini, tedeschi, trentini, veneti,
gallo-italici, toscani, umbro-marchigiano-romani, abruzzesi,
campani, pugliesi, salentini, calabresi,siciliani, albanesi,
sardi, còrsi e galluresi.
Nel dettaglio notiamo
che alcune minoranze parlano la propria lingua (il francese,
il tedesco o lo sloveno) con il riconoscimento degli
statuti regionali, mentre altre godono addirittura in
parte dell'ammissione all'insegnamento scolastico (friulano,
ladino, sardo, albanese). La storia ha fatto di queste
popolazioni parte della gente italiana in un evolversi
che è un errore pensare concluso e con il quale è necessario
porsi in un continuo confronto. Se circa 280.000 persone
parlano il tedesco, ma sono in zona di confine e comunque
reduci e discendenti di fatti di guerra relativamente
recenti, non è assolutamente il caso di dimenticare
i circa 100.000 albanesi sparsi tra il Molise e la Sicilia,
i molisani serbo-croati, i calabresi ed i salentini
greci, i catalani di Alghero, tutti distanti dalle terre
di origine ed insediatisi, forse, dopo momenti di lotta
ed intolleranza simili a tanti che ancora continuiamo
a vedere. E malgrado questo, oggi, sono italiani a tutti
gli effetti.[2]
III ▪ L'ARCOBALENO DELLE IDENTITÀ
"Io credo che un'identità pura, isolata, non esista.
Oggi il mondo è aperto, ci sono contaminazioni, mescolanze,
scambi continui. E inevitabilmente anche l'identità europea subisce delle influenze. Queste influenze non
sono necessariamente negative: si accolgono alcune cose,
se ne rigettano altre.
(…) Chi arriva si rende conto che per esistere, per
integrarsi, entrare a far parte della società come un
qualunque europeo deve rinunciare al proprio gruppo.
(…) Si trova di fronte a un bivio: scegliere tra l'integrazione
e l'assimilazione. Integrazione significa occupare un
proprio spazio, mantenere una propria autonomia senza
entrare in conflitto con il resto della società. Per
assimilazione, invece, intendo la rinuncia completa
alle proprie abitudini, al proprio stile di vita, ai
propri costumi, per sposare in tutto la cultura europea.
E questo è terribile! Per esempio in Francia numerosi
giovani africani vogliono diventare cittadini francesi.
Tra le cose che vengono richieste c'è il cambio di nome:
molti rifiutano, ma qualcuno accetta (…).(…) Evidentemente
i francesi preferiscono non avere un Ahmed per concittadino.
Il nome Ahmed li disturba. E questo è inaccettabile
(…).
(…) Il razzismo esiste
dappertutto. (…) Quando spiego le sofferenze patite
dagli ebrei e la Shoah, mia figlia mi chiede se anche
un ebreo può essere razzista. Sì, anche un ebreo può
essere razzista, come un nero o un arabo." [3]
"(…) C'è da ricordare un episodio avvenuto agli
albori dell'islam e che suscitò interrogativi
per quanto riguarda i rapporti tra islam ed
ebraismo.
I fatti che ci interessano qui ebbero luogo
a Yathrib tra il 626 e il 628. Yathrib, che
diventerà in seguito Medina, la città dove Mohammad
si era trasferito dopo essere fuggito dalla
Mecca per sfuggire all'ostilità dei suoi abitanti
e in particolare dei Qorayshiti, tribù da cui
proveniva egli stesso. Questo trasferimento
è chiamato in arabo Hidjra (egira) e segna l'inizio
dell'era islamica, che comincia nell'anno 622
dell'era cristiana.
Nei dintorni di Medina vivevano tre tribù
ebraiche, i Bani Quanayqà, i Bani Nadhir e i
Bani Quraydhà, con le quali Mohammad aveva stipulato
un patto ai termini del quale non dovevano interferire
nella controversia che l'opponeva ai Qorayshiti.
Furono i Bani Quanayqà a violare per primi
il patto: si misero a schernire i Qorayshiti
per le disfatte subite nelle battaglie contro
i musulmani. Furono in seguito i Bani Nadhir
a fomentare l'assassinio del profeta.
Mohammad fu avvertito del tradimento "dall'arcangelo
Gabriele". E quindi organizzò delle spedizioni
contro le fortezze di queste due tribù.
Avendo subito l'assedio e non potendo più
resistere, gli ebrei si arrendettero alle condizioni
del profeta. Mentre ai Bani Quanayqà fu consentito
di partire per la Siria con i loro beni, ai
Bani Nadhir toccò partire col carico di un cammello
per ogni famiglia. Il resto dei loro beni fu
preso da Mohammad come bottino di guerra. Anche
loro furono diretti verso la Siria, ma una parte
andò a rifugiarsi presso i Bani Quraidhà.
A questi ultimi Mohammad decise di applicare
un castigo che dà da riflettere sulla "volontà
di Dio" che guidava le sue decisioni.
Dio che iniziò ad insultarli per mezzo della
voce del suo profeta che si rivolse loro trattandoli
come "scimmie e maiali", e non concedette né
clemenza, né misericordia, e fu insensibile
alle loro implorazioni. Non accordò loro la
grazia. (…)
Mokhtar Sakhri (giornalista,
scrittore e poeta algerino)
da "I DEMONI DELLA FEDE"
"(…) Spesso si spreca molto tempo e denaro in grandi
convegni e dichiarazioni di principio che non portano
a nulla. Io penso che sia molto più utile fare piccole
azioni concrete. Che cosa bisogna fare? (…) Educare,
garantire l'educazione in tutto il mondo, obbligare
quei paesi in cui è diffuso lo sfruttamento del lavoro
minorile a mandare a scuola gli adolescenti. E poi bisognerebbe
comprare meno armi, costruire più scuole, creare più
giardini, occuparsi di più dell'ambiente. Invece viviamo
in una società in cui il profitto è diventato il valore
supremo: il valore dell'uomo non esiste." [4]
IV ▪ SLAVI?
Viene definito "slavo" un insieme di popolazioni il
cui nome divenne noto solo verso il VI secolo d.C. e
la cui zona di provenienza rimane molto incerta. I tre
gruppi fondamentali in cui vengono divisi sono quello Occidentale, stanziatosi in Germania fin dal
IX secolo; quello Orientale, attualmente distinto
tra Russi Bianchi, Grandi Russi e Ucraini, apparentemente soppiantato dagli Àvari nel IV secolo
ma riapparsi dopo il X con la formazione del primo Stato
Russo; quello Meridionale, attualmente rappresentato
da Bulgari, Sloveni, Croati e Serbi. Come vedremo
oltre, in realtà, l'albanese è antropologicamente più
vicino al greco che non allo slavo, il quale non gode
di grandi simpatie (sentimento reciproco, come i giornali
ci hanno fatto capire negli ultimi mesi).
V ▪ SHQIPTAR, CHI
SEI?
Gli albanesi sono da considerarsi discendenti dal substrato
illirico e tracio che dall'XI al XIII secolo si spinse
nella attuale Albania e nel Kossovo.
L'ILLIRIA
Antica regione del settore nord-occidentale della Penisola
Balcanica, abitata da popolazioni indoeuropee da cui
derivarono poi i Dalmati e i Pannoni.
Stato indipendente nel III sec. a.C. sotto il re
Agrone e la regina Teuta, l'Illiria venne in urto con
Roma per le scorrerie dei pirati illiri che avevano
il loro centro a Scodra (attuale Scutari). Roma, vittoriosa
nelle due guerre illiriche (229-228, 219), impose agli
illiri la rinuncia ai loro domini e occupò definitivamente
tutto il territorio nel 168 a.C.
Dopo la sottomissione dei Dalmati, fu costituita
la provincia dell'Illirico (ca. 27 a.C.).
LA TRACIA
Regione della Penisola Balcanica sud-orientale (…)
politicamente divisa tra Turchia, Grecia e Bulgaria.
Abitata da Traci e Illiri , subì l'occupazione persiana
(492 a.C.) dalla quale si liberò dopo la battaglia di
Platea (479 a.C.). Si delineò allora un notevole progresso
civile, soprattutto nella Tracia orientale, dove la
tribù degli Odrisi ottenne la supremazia. Il regno degli
Odrisi fu abbattuto da Filippo il Macedone (342-341).
Verso la fine del III secolo, a porre fine alla contesa
tra Macedonia e Siria intervennero i Romani che, in
seguito (46 a.C.), la trasformarono in provincia.
L'ALBANIA
Il territorio dell'Albania è in gran parte montuoso,
se si eccettua la pianura costiera che la presenza di
paludi rende generalmente insalubre.
Paese povero, l'Albania
ha sempre avuto un basso incremento demografico e solo
dal secondo dopoguerra il debellamento della malaria
e il miglioramento del tenore di vita hanno fatto aumentare
notevolmente la popolazione che nel secolo scorso contava
solo 800.000 persone. I centri principali, oltre la
capitale, sono Scutari, Elbasan, Berati, Coriza e i
porti di Durazzo e di Valona. Base principale dell'economia,
nel complesso molto povera, è l'allevamento (soprattutto
ovini e caprini) che dà origine alla produzione e all'esportazione
di prodotti zootecnici, seguito dall'agricoltura (granoturco,
frumento, olivo) e dallo sfruttamento delle risorse
minerarie (petrolio, cromo, rame, nichel, lignite).
In fase di sviluppo l'industria. Scarsa la rete stradale
e ferroviaria.
Sottomessa a Roma nel 168 d.C., l'Albania fece
parte dal 476 dell'Impero romano d'Oriente e nel Medioevo fu sotto predominio gotico. nel 917 Simeone di
Bulgaria si impossessò di tutta l'Albania centromeridionale.
L'Albania passò così sotto dominio bulgaro e
successivamente (1024) sotto l'influenza di Venezia,
fino al 1230 quando fu nuovamente conquistata dal
regno bulgaro. Nel 1444, si riunì la lega dei popoli
albanesi contro i Turchi e Giorgio Castriota, detto
Scanderbeg, che ne era a capo, iniziò la sua gloriosa
serie di campagne contro gli Ottomani. La sua morte
(1468) segnò la fine della Lega e il passaggio dell'Albania
sotto dominio turco. All'inizio del XIX secolo,
scoppiarono aperte insurrezioni contro la Turchia, ma
l'Albania dovette attendere fino al 1912 per la proclamazione
della propria indipendenza, riconosciuta internazionalmente
nel 1913, alla conferenza di Londra. Retta da una monarchia
costituzionale che portò al trono Guglielmo Wied, fu occupata militarmente dagli italiani nel 1939 dopo
venti anni di una costante influenza. Nel 1941 si
formò un primo movimento partigiano, quindi un fronte
di liberazione contro i Tedeschi diretto da Enver Hoxha.
Nel 1945 venne proclamata la Repubblica democratica
popolare albanese, che durò fino al 1990 e che condusse
prima una politica affine a quella iugoslava per poi
legarsi a quella sovietica fino al 1956. Insorto il
dissidio fra URSS e Cina, l'Albania si è schierata a
favore di quest'ultima. Il nuovo corso della politica
di Pechino dopo la morte di Mao Tse-Tung (1976) ha indotto
il governo albanese a troncare il rapporto privilegiato
con la Cina e ad assumere una posizione di chiusura
rispetto ai blocchi internazionali.
Dopo il crollo del sistema "comunista" e "socialista"
nei paesi dell'Est Europeo e sotto l'incalzare di una
gravissima crisi economica, la situazione è completamente
cambiata: si sono tenute nel 1991 le prime elezioni
libere, a cui hanno partecipato numerosi partiti; le
industrie e la terra, dallo Stato sono passate a cooperative
e privati, tra cui molti italiani. [5]
VI ▪ LA LINGUA
E' MIA…
"L'albanese è una lingua indoeuropea che risulta dalla
convergenza di un fondo originario illirico e di elementi
latini, greci, turchi, slavi e, più recentemente, italiani
e francesi, che hanno influenzato soprattutto il lessico.
Trasmesso oralmente per secoli, è stato codificato
solo agli inizi degli anni Settanta.
Alcune date fondamentali:
¨ il primo documento scritto datato è la Formula
battesimale (1462);
¨ il primo libro pubblicato è il Messale del religioso Gjon Buzuku (1555);
¨ il primo dizionario su basi nazionali, compilato
negli anni Ottanta del secolo scorso dal linguista Kostandin
Kristoforidhi, è stato pubblicato nel 1904;
¨ l'alfabeto con caratteri latini oggi in uso è
stato stabilito dal Congresso di Manastir nel 1907,
secondo il principio che ad ogni suono deve corrispondere
un segno, superando le proposte precedenti che ricorrevano
fra l'altro a lettere greche o originali;
¨ l'unificazione della lingua letteraria nazionale
è stata sancita dal Congresso di Ortografia tenutosi
a Tirana nel 1972, al quale erano presenti anche linguisti
di Kossovo, Macedonia, Montenegro e arbëresh italiani
(le comunità arbëresh si sono stanziate principalmente
nell'Italia meridionale e in Grecia alla fine del XVI
secolo)." [6]
VII ▪ …E GUAI A CHI ME LA TOCCA!
La specie umana , per buona parte della sua storia e
in alcuni casi ancora oggi, è stata organizzata in tribù
di piccole dimensioni, gruppi di persone con un legame
di parentela piuttosto stretto.
Questo modello organizzativo è proprio delle culture
contadine fin dai tempi dei primi insediamenti agricoli
dei migranti giunti dall'Asia fino alla cosiddetta Mezzaluna Fertile (Africa Nord-Orientale, paesi
mediorientali affacciati sul Mediterraneo, Turchia,
Grecia) e da qui successivamente avanzati verso il resto
d'Europa. Esso è di certo ancora psicologicamente radicato
nelle culture in transito verso l'industrializzazione,
come può essere quella albanese.
Se, come è stato provato, esiste una corrispondenza
biunivoca tra lingua e tribù (ossia stato genetico di
un gruppo umano) e se è vero che le lingue offrono una
guida sommaria alla tribù di appartenenza, si potrà
comprendere perché gli albanesi usano un idioma (nelle
due forme dialettali tosco e ghego) che
seppure appartenente alla famiglia delle lingue indoeuropee,
non fa parte di alcun gruppo linguistico se non il proprio.
In secoli di dominazioni – di cui si è detto – praticamente
nessun conquistatore è riuscito ad imporre la propria
parlata, come spesso è accaduto altrove (per esempio
agli avi di chi scrive), né ad incidere particolarmente
su quella dei nativi. Tento una spiegazione: il forte
senso di coesione della "tribù" albanese ha di fatto
sempre posto delle barriere di fronte agli invasori.
Se i cambiamenti nelle lingue si basano fondamentalmente
sulla fusione, anche genetica, tra individui di diverse
etnie, è altrettanto vero che all'origine le differenze
linguistiche possono creare o rafforzare una sorta di
barriera naturale tra popolazioni. In questo senso è
credibile l'ipotesi che gli albanesi abbiano usato la
parlata come arma nei confronti degli invasori: per
"mantenere le distanze" e salvaguardare la propria identità etnica e culturale.
Se questa teoria (personale, ma, credo, ben sostenuta
dalle fonti consultate) risultasse vera, sarebbe comprensibile
– per quanto non completamente giustificabile – il richiamo
ancestrale all'uso che i nostri ragazzi fanno dell'albanese,
alle raccomandazioni rivolte loro in famiglia a salvaguardia
delle proprie radici, alla necessità (pena lo scherno
in patria) di non "inquinare" la parlata con un calare
italiano. [7]
VIII ▪ FRATELLI
E SORELLE
"Quando facciamo delle osservazioni sul matrimonio,
sulla famiglia e sulla parentela, ci poniamo facilmente
in una posizione etnocentrica. Partiamo infatti da ciò
che ci è noto e familiare, e che quindi giudichiamo
naturale e giusto. Nella famiglia moderna, le relazioni
sono molto personali e quindi essa è anche più fragile
degli altri tipi di famiglia: quando l'affetto reciproco
si indebolisce, non esiste più niente che tenga unita
la famiglia moderna. (…)
La famiglia, nel senso arcaico della parola, era
soprattutto tipica delle società agrario – artigianali,
dove il gruppo familiare coincideva con il gruppo produttivo.
(…)
I grandi interessi economici, che giocavano un ruolo
fondamentale nella vita della famiglia agraria, erano
inequivocabilmente rispecchiati nella scelta del "partner"
matrimoniale. Il matrimonio era più un affare che riguardava
le due famiglie che non i due sposi. (…)
Nella società qui descritta, che possiamo definire
di tipo chiuso, la famiglia era aperta. La società
(ristretta) come tale, aveva rari contatti con l'esterno
mentre le unità familiari nell'ambito di questa società
avevano molteplici contatti reciproci, caratterizzati
da un forte controllo sociale. In altre parole, la distinzione
tra sfera pubblica e sfera privata era molto meno netta
di adesso. (…)
Spesso ci si limita, nei processi sociali familiari,
all'interazione fra i coniugi e/o a quello fra genitori
e figli. Ciò che avviene tra fratelli e sorelle è stato
molto meno studiato. Si deve fare una distinzione, in
questo caso, sul modo in cui i bambini si influenzano
reciprocamente, si dominano, bisticciano o collaborano
tra di loro ed imparano l'uno dall'altro. (…) I bambini
si socializzano a vicenda in misura notevole e si controllano
l'un l'altro: perciò i bambini più grandi (nel nostro
caso direi, piuttosto, i maschi – N.d.R.) sono gravati
da una maggiore responsabilità." [8]
"La debolezza e la limitata estensione dei legami e
degli obblighi familiari sono caratteristiche dell'attuale
vita suburbana, che sarebbe sembrata profondamente estranea
e sconvolgente ai popoli del mondo antico, come del
resto si presenta ancora oggi a molti popoli dell'Asia,
dell'Africa e dell'Arabia. L'Antigone di Sofocle
offre la rappresentazione drammatica di alcuni atteggiamenti
più arcaici verso la parentela, radicalmente opposti
a quelli espressi (giacché possono non essere realmente
applicati) dagli individualisti moderni (…). Antigone
e sua sorella Ismene si trovano alla corte del re Creonte,
al figlio del quale la prima è fidanzata. I loro unici
due fratelli si sono uccisi l'un l'altro in battaglia,
l'uno combattendo per Creonte, l'altro contro. Questi
ha ordinato che uno venga onorato, mentre l'altro rimanga
'insepolto, non pianto, un banchetto di carne per gli
avvoltoi dagli occhi aguzzi. Ma Antigone riconosce per
sé e per la sorella, come uniche parenti sopravvissute,
il dovere estremo di dare sepoltura al corpo del fratello
disonorato e chiede ad Ismene di aiutarla:
Antigone:
Devi riflettere se vuoi tentare con me, spingerti
con me, aiutarmi
Ismene: In quale rischio? Dove mai ti
porta la mente?
Antigone: Rifletti se vuoi aiutare queste
mani mie con le tue a sollevare il morto
Ismene: E pensi di seppellirlo contro
il divieto?
Antigone: Sì. E' mio fratello, e tuo
anche se tu non vuoi. Nessuno dovrà incolparmi
di tradimento.
Ismene: Troppo sei audace: disobbedisci
a Creonte.
Antigone: Creonte non ha diritto di separarmi
dai miei.
Ismene: Ripensa a nostro padre, sorella:
come offeso, maledetto, vituperato è morto;
e colpito aveva i suoi occhi di propria mano,
per le colpe scoperte da se stesso. Ripensa
a quella che fu sua madre e sposa, duplice nefando
nome: fece scempio di sé troncando la sua vita
con una corda. Ed ecco l'infamia ultima: i due
fratelli, l'uno uccidendo l'altro, hanno compiuto
da se stessi, in un giorno solo, il destino
comune. Considera tu, ora, di quale morte più
atroce moriremo noi due abbandonate, se trasgrediamo
il comando, la legge di un sovrano. Ma sopra
tutto conviene ricordare che noi siamo donne,
per natura incapaci di lottare contro gli uomini.
Costrette dai più forti dobbiamo subire queste
cose, e di queste anche più gravi. Io chiederò
perdono alle ombre sotterranee, perché a tanto
sono costretta; e obbedirò alla potenza dei
vivi. Eccedere dai nostri limiti è una follia.
Antigone: Non ti prego più. Né gradirò
il tuo aiuto, se tu volessi agire più tardi.
Resta pure quello che sei, quella che ti piace
essere. Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire.
Cara a lui riposerò con lui a me caro. E avrò
compiuto un delitto santo. A quelli laggiù io
dovrò essere cara per un tempo più lungo che
a questi di quassù: perché laggiù starò per
sempre. Rimani tu, qui, a disprezzare le leggi
divine.
Ismene: Io non le disprezzo le leggi
divine; ma nulla so fare contro la città.
Antigone: Inutile pretesto, che non ti
può coprire. La tomba vado a innalzare, io sola:
a mio fratello.
Ismene: Oh povera te. Mi fai spavento.
Antigone: Di me non darti pena. Guarda
al tuo destino.
Ismene: Non svelare a nessuno il tuo
disegno, almeno: nascondilo, ti prego. Lo stesso
farò io.
Antigone: No, no. Devi parlarne, anzi;
svelare a tutti l'opera mia. Il tuo silenzio
mi sarebbe più odioso di te.(…)
Ismene non osa disobbedire all'ordine del re; oscilla
tra le richieste contrastanti della famiglia e dello
stato, in maniera forse più congeniale alla mentalità
moderna che all'impegno, personale e sincero, di Antigone
verso le esigenze preminenti della parentela. Antigone
seppellisce da sola il fratello e viene condannata a
morte per questo, 'rea di devozione', come lei stessa
aveva affermato precedentemente.
Agli occhi di Sofocle e dei suoi spettatori, essa ha
agito rettamente, anteponendo il compito, impostole
da una norma della religione e del sangue, alla legge
dello stato. Creonte è punito come tiranno, perché pretende,
come sovrano, un atto di obbedienza che nega la priorità
dei doveri più solenni imposti dal legame di parentela.
Questi doveri erano ritenuti vincolanti in maniera tanto
assoluta quanto teoricamente lo sono ancora oggi presso
molti popoli che vivono fuori del mondo urbano occidentale.
(…) La parentela è qualcosa di più di un mero aspetto
della vita sociale che si possa opportunamente isolare
per esaminarlo separatamente. La sua comprensione costituisce
la base indispensabile per lo studio di tutte le altre
attività sociali."[9]
…Sicilia…Italia
(da "LA REPUBBLICA" del 28 agosto
1999)
IX ▪ UN PUGNALE
SOTTO IL CUSCINO
Ho sempre avuto l'abitudine di sostenere che il metodo
Montessori è morto con Maria Montessori, quello scout con
Lord Baden-Powell, la scuola popolare con Don Milani,
il comunismo con Marx e via dicendo, perché sono convinto che una cosa è concepire
un'idea, altro è allevarla. Non potendo ignorare il
tassello religioso in questo tentativo di capire i ragazzi
albanesi (il 70% della popolazione è musulmano), mi
sono reso conto che anche Maometto (pardòn, Mohammad)
va inserito nella lista, perché alla sua morte le lotte
per la successione portarono a divisioni e violenze
che trasfigurarono almeno in parte l'essenza fondamentalmente
pacifica dell'islam, incidendo - per autodifesa o muta
adesione - sul carattere delle popolazioni conquistate.
La 109ma (surata), intitolata proprio sura
dei miscredenti indica chiaramente (…) l'atteggiamento
che la nuova religione intende avere dinanzi
a chi non crede:
Rispettando il Corano, gli
Arabi e i musulmani in genere non potevano e
non dovrebbero oggi cercare di imporre la loro
religione con mezzi di coercizione. (…)
Alla morte, nel 878, del 12° imam sciita
Mohammed al-Muntazar, che non lasciò discendenza,
gli sciiti si convinsero che a tempo debito
sarebbe riapparso. Lo considerano l'atteso (al muntazar ha proprio questo significato)
e lo aspettano in quanto Mehdi, cioè l'inviato,
destinato a ristabilire il vero islam e a conquistare
il mondo intero.
(…)Portando la bandiera dell'islam i Turchi
estesero il loro dominio sul mondo arabo e sui
Balcani, diventando praticamente per tre secoli
i maestri del Mediterraneo, governando i paesi
sottomessi con la legge della spada. (…)
E la Sublime Porta, anziché aprirsi su nuovi
orizzonti splendenti, sembrò essersi chiusa
sugli splendori del passato per imprigionare
a tempo indeterminato il genio dei lumi.
(…) Il Corano non circolava tra tutte le
mani. Rare erano le famiglie che ne possedevano
una copia, e molto spesso quelle che ne erano
provviste consideravano di essere fortunate
e di esserlo ancora di più se quell'esemplare
proveniva dalla Mecca. Usavano conservare quel
libro come una reliquia da non profanare. Non
si poteva toccare e quindi rari erano quelli
che lo potevano leggere (…).
Intanto esistevano le scuole coraniche dove
i bambini si recavano (…). Dopo anni di studio
la maggior parte di loro aveva imparato a memoria
qualche sura senza averci capito pressochè
nulla (…).
E' probabile che per molti imam era bene
che le cose andassero in questo modo. Loro sapevano
(?) il Corano e quindi dalla loro presunta sapienza
traevano il prestigio e il potere detenuti dai
sacerdoti in tutte le società di tutti i tempi." [10]
X ▪ CONCLUSIONI (?)
Le conclusioni, per motivi ovvi, non ci sono. Il discorso
intrapreso è sempre aperto, ed ogni giorno nuove situazioni
ed esperienze ci mettono di fronte a problemi da risolvere
in una dinamica ciclica e non terminabile. Se mai qualcuno
sostenesse la possibilità di concepire un Manuale
del perfetto educatore, personalmente, lo eviterei
come la peste, ma, con assoluta umiltà, ritengo necessario
buttare sul tavolo in ogni momento nuovi spunti di riflessione
e confronto, così come, dallo stesso tavolo, ritengo
anche necessario coglierne. Le ferie stanno finendo
e con loro, per il momento, anche la raccolta di parole
che state leggendo. Non c'è conclusione, ma c'è una
sorta di appendice nella proposta di lavoro STRUMENTO-PROFILI che vi presento "a latere" e che è stata concepita per
tutto il convitto e non solo con gli albanesi nella
mente. Perché se non è possibile chiudere qui, è inevitabile
cogliere il limite (di cui mi rendo conto scrivendo)
di queste pagine: un po' troppo di parte! Me ne scuso,
ma è stato più forte di me. E rendendomi conto dell'esclusione
dei ragazzi italiani e di quelli tunisini, non voglio
dimenticare, per il poco che posso, almeno gli istitutori
ed il convitto come istituzione. Anche qui poco di nuovo:
siamo nel 1907 e…
"Mi è venuta una lettera della mamma la quale
mi dice tante belle cose e mi ha consolato un
poco nella vita del collegio che è una vitaccia
impossibile, sia per la mancanza di libertà,
sia perché si mangia molto male, e più di tutto
perché siamo lontani dalle nostre famiglie e,
per quanto dicano di tener le veci dei nostri
genitori, il signor Stanislao e la signora Geltrude
non arriveranno mai a farci dimenticare il babbo
e la mamma. (…)
(…)Qui, in questo stabilimento
carcerario che chiamano collegio, non siamo
mai soli, neppure quando si dorme, e la libertà
non penetra mai per nessuno, neppure per un
minuto secondo…
Il Direttore si chiama il signor Stanislao
ed è un uomo secco secco e lungo lungo, con
due gran baffoni brizzolati che quando s'arrabbia
gli treman tutti, e con una zazzera di capelli
nerissimi che gli vengon in avanti appiccicati
sulle tempie e gli danno l'aria di un grand'uomo,
ma dei tempi passati.
E' un tipo militare che parla sempre a forza
di comandi e facendo gli occhi terribili.
- Stoppani, - mi ha detto un paio di giorni
fa – stasera starete a pane e acqua! Per fianco
destro… March! -
E questo perché? perché mi aveva sorpreso nel
corridoio che conduce alla sala di ginnastica
mentre scrivevo col carbone sul muro: Abbasso
i tiranni!
Più tardi la Direttrice mi disse:
- Sei un sudicione e un malvagio. Sudicione
perché hai sporcato il muro, e malvagio perché
offendi le persone che cercano di farti del
bene correggendoti. Chi hai voluto indicare
come tiranni? Sentiamo…
- Uno è Federigo Barbarossa, - risposi pronto
– un altro è Galeazzo Visconti, un altro è il
generale
Radeschi, e un altro è…
- Siete anche un impertinente, ecco tutto! andate
in classe subito! – (…)
(…) Venne un bidello che mi disse:
- Il signor Direttore la desidera. –
Confesso che quello fu un brutto momento per
me. Mi sentii un gran rimescolìo nel sangue…
Ma fu proprio un momento, e quando mi presentai
in Direzione ero relativamente calmo e mi sentivo
sicuro di me.
Il signor Stanislao, sempre col suo turbante
nero in testa e il suo occhio maculato che era
diventato violetto, mi squadrò ben bene da dietro
la sua scrivania, senza parlare, credendo di
incutermi chi sa che paura, mentre io che invece
conoscevo quest'arte, girai in qua e in là lo
sguardo distrattamente sugli scaffali pieni
di libri, tutti splendidamente rilegati, con
certe dorature bellissime e che lui non leggeva
mai.
Finalmente il Direttore mi domandò a bruciapelo
con accento severo:
- Voi, Giovanni Stoppani, la notte dal 13 al
14 siete uscito verso mezzanotte dalla vostra
camerata e non vi avete fatto ritorno che dopo
un'ora circa. E' vero?
Io seguitai a guardare i libri degli scaffali.
(…)
Il signor Stanislao allora si alzò dalla sedia
puntando le mani sulla scrivania e protendendo
la faccia stralunata verso di me; poi al colmo
dell'ira gridò:
- Hai capito che devi rispondere, eh? Pezzo
di canaglia! – (…)
A questo punto l'usciolino a sinistra della
scrivania si aprì e comparve la signora Geltrude
(…).
- Che c'è? – disse.- Che sono questi urli?
- C'è – rispose il Direttore – che questo pessimo
soggetto non risponde alle mie domande. (…)
- Ah, non rispondi, eh? pezzo di mascalzone…Tu
non vuoi convenire, eh? delle tue prodezze!…
(…) Ah, credevi di farla liscia, eh? Sei tu
che ci hai messo il collegio in rivoluzione
fin dal primo momento che ci sei capitato tra
i piedi, con le tue perfide invenzioni, con
le tue vili calunnie… Ma basta sai? E anche
senza interrogarti vi sono tante prove e testimonianze
delle tue canagliate che abbiamo avvertito fin
da ieri tuo padre di venirti a prendere, e a
quest'ora dev'essere per la strada… Se non ti
vuol tenere in casa ti metterà in galera, che
è il solo posto degno d'un briccone come te!
–" [11]
XI ▪ PROMEMORIA
NELL'A.S. 1998/1999 LA SCUOLA PUBBLICA E' STATA
FREQUENTATA DA 7.540.156 RAGAZZI DEI QUALI CIRCA
50.000 STRANIERI NUOVI ISCRITTI.
QUEST'ANNO (1999/2000
- NdW) I NUOVI ISCRITTI STRANIERI SONO
CIRCA 83.000
POSTILLA:
PIEGARE I NOSTRI ISTINTI ALLA NECESSITA' DI CONVIVERE
(…) La tendenza alla xenofobia, all'ostilità verso gli
estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso,
di colui che complica e magari disturba l'equilibrio
relazionale e di potere esistente, è generalizzata.
Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali,
ma anche biologiche. Basti pensare alle esperienze di
ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario
o in un posticino al mare o di montagna dove ci siamo
sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno
che vuole prendere posto interloquire, accendere la
sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore!
– far arrivare anche i suoi cari senz'altro più rumorosi,
puzzolenti ed indigesti dei nostri.
E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti
e frequentemente lo xenos ci apparirà non
come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.
Epperò – tutta la storia culturale dell'uomo non è forse
una storia di raffinamento e dominazione di istinti
primordiali? Di faticoso superamento dell'omicidio,
dello stupro, della predazione, della supremazia armata
del più forte, della violenza in tutte le sue forme
– insomma un tentativo di far vincere la ragione sulla
forza? Una storia di ricerca e ricostruzione di senso
nella vita dei singoli e delle collettività che per
l'appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?
Non c'è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente
dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica
sia tra la le maggiori e più pericolose sfide del nostro
tempo.
Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante
se ne vorranno ma non è detto che l'eventuale affinità
con comportamenti bestiali renda più scusabili certi
comportamenti inumani.
I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti
comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano
manu militari) l'espulsione di marocchini e zingari
ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti
che proclamano che gli uomini, come le piante, devono
stare nel loro humus congenito e non spostarsi di lì,
non possono certamente pretendere alcuna nobilitazione
scientifica. Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo
esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale
(come potremmo essere inclini a prenderci con la forza
ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare
le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo
luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare
l'arte dell'accettazione della compresenza dei diversi
sullo stesso territorio con tutti gli opportuni accorgimenti
perché possano crescere la conoscenza e l'inter-azione
reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità
di sentire la diversità etnica e culturale non come
handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed
anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare.
non tutti si convinceranno che "inter-etnico è (può
essere) bello"; anzi, risulta più popolare, nei fatti,
lo slogan opposto ("etnico è bello").
Ma la verità è che non esiste un'astratta e teorica
possibilità di scelta.
Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso
una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre
ad omogeneità etnica gran parte del mondo d'oggi e soprattutto
le grandi città.
Converrà allora investire le risorse scientifiche,
culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare
la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché
convivere è brutto e oltretutto innaturale." [12]
[1] Ci si riferisce,
qui, all'a.s. 1995/1996
[2] Tutte le
informazioni geografiche e storiche (salvo altre
indicazioni) sono tratte da "GRANDE ATLANTE
D'EUROPA E D'ITALIA DeAGOSTINI" 1995 e da "COMPACT
– Enciclopedia Generale DeAgostini" 1988
[3] Tahar Ben
Jelloun (scrittore franco–marocchino impegnato
nel campo della difesa dei diritti civili, contro
il razzismo e gli integralismi religiosi
e ideologici) su "LA NUOVA ECOLOGIA" n°4 – aprile
1998
[4] Cfr. nota
n°3
[5] Aggiornamenti
storici da "LA GEOGRAFIA VERSO IL DUEMILA" -
Loescher
[6] Paola Guerra
e Alberto Spagnoli dal "DIZIONARIO ALBANESE" - Vallardi
[7] Informazioni
tratte dal n° 108 – giugno 1999 dei Quaderni
de "LE SCIENZE" ('Le lingue del mondo' a cura di Giuseppe Longobardi)
[8] H.de Jager e A. Mok
da "CHE COS'E' LA SOCIOLOGIA"
[9] Godfrey
Lienhardt da "ANTROPOLOGIA SOCIALE"
(il brano dell'Antigone presentato dall'Autore è stato sostituito con
quello tradotto da E. Cetrangolo in "IL TEATRO
GRECO – Tutte le Tragedie" a cura di Carlo
Diano)
[10] Mokhtar
Sakhri, op. cit.
[11] Vamba
(Luigi Bertelli) da "IL GIORNALINO DI GIAMBURRASCA"
[12] Alexander
Langer ,altoatesino, morto prematuramente nel
1995, è stato animatore e leader dell'esperienza
politica verde in Italia e in Europa. L'articolo
è tratto da "LA NUOVA ECOLOGIA" (Cfr. nota n°3)
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