» PROGETTO RUSTSCHUK

di Raffaele Corte

emigranti italiani

 

"Per quanto possiate sforzarvi sarà già un successo per voi
riuscire a capire il 5% del carattere di noi albanesi."

ARBER BRAHO

I INTRODUZIONE

All'inizio dell'anno scolastico 1998/1999, in preda all'euforia di chi “torna a casa” dopo due anni di assenza, mi riempii di voglia di fare e di proporre, cosciente dei problemi e dei limiti del nostro convitto, però memore dell'insegnamento che dalla parola IMPOSSIBILE sia doveroso almeno il tentativo di eliminare il fastidioso prefisso "IM".

Sorvolando su tante idee (doverosamente condite con analisi - personali e non - circa la loro fattibilità e con tanto tempo, carta ed inchiostro buttati) mi pare qui doveroso riferire di una di queste, quella che prevedeva diosolosacome di affrontare e possibilmente risolvere i più macroscopici problemi di convivenza tra i ragazzi di diverse etnie del nostro convitto. Idea quanto meno astratta, partita dopo una lunga riflessione che ha generato solamente un titolo: PROGETTO RUSTSCHUCK. 

» TESTO INTEGRALE
Rustschuk, sul basso Danubio, dove sono venuto al mondo, era per un bambino una città meravigliosa, e quando dico che si trova in Bulgaria ne do un'immagine insufficiente, perché nella stessa Rustschuk vivevano persone di origine diversissima, in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue. Oltre ai bulgari, che spesso venivano dalle campagne, c'erano molti turchi, che abitavano in un quartiere tutto per loro, che confinava con il quartiere degli “spagnoli”, dove stavamo noi. C'erano greci, albanesi, armeni, zingari. (...) C'era anche qualche russo, ma erano casi isolati.

Essendo un bambino non avevo una chiara visione di questa molteplicità, ma ne vivevo continuamente gli effetti. (...)

Rustschuk era un'antica città portuale sul Danubio e come tale aveva la sua importanza. A causa del porto aveva attirato persone da ogni parte, e del fiume si faceva un gran parlare. (...)

Elias Canetti da "LA LINGUA SALVATA"

Col passare del tempo mi fu di conforto una trasmissione RAI nella quale il nostro Istituto era citato ad esempio di integrazione dei ragazzi stranieri.

Facendo una ricerca storica nel nostro archivio sono riuscita a trovare i primi registri del 1899 andando avanti negli anni fino ad oggi. Abbiamo avuto una varietà di studenti che si sono diplomati nella nostra scuola provenienti da tutto il mondo. Dall'America Latina, dall'Africa, dalla vecchia Repubblica del Togo, dalla Libia, Eritrea, Somalia, Kenya.

I ragazzi che hanno studiato da noi, andando via come Periti Agrari, hanno portato con se la nostra Civiltà contadina e la loro esperienza, ed attualmente occupano posti molto importanti, nei paesi di provenienza, nel campo dell'agricoltura.

*****

Lo spirito di ospitare allievi stranieri rimane, fino ad oggi nel nostro Istituto, parallelo a quello dell'immigrazione interna dalle campagne verso la città di studenti che per vocazione sceglievano quest'indirizzo. E oggi noi, addirittura, possiamo dire di aspirare per il futuro a diventare un Istituto internazionale: per incrementare una società multietnica e multiculturale, ma anche per esportare cultura italiana all'estero...

Maria A. Graziani / Giorgio Stazi
da "SENZA CUORE – Storia dell'Istruzione"
[RAI - EDUCATIONAL]

Secondo passo, ancora molto lontano per uno stimolo adeguato a comporre una base di lavoro.

Nel frattempo il lavoro reale con i ragazzi aveva messo parzialmente in crisi l'origine dell'idea, basata sui racconti e sui sentito dire relativi all'anno precedente. L'arrivo dei nuovi albanesi aveva ulteriormente e forse radicalmente cambiato la geografia e le dinamiche del convitto. Prima di gettare idee sul tavolo era opportuno attendere gli sviluppi della situazione cercando di comprendere meglio i nuovi problemi. Sviluppi e problemi che non si sono fatti attendere e che tutti conosciamo.

Ma il problema principale che ho riscontrato non è stato tanto quello degli attriti tra i ragazzi (peraltro fisiologici), quanto il nostro (nostro) modo di rapportarci sia con alcune situazioni anche sgradevoli, sia con i ragazzi (albanesi in particolare).

Conosciamo le ragioni del disagio che all'interno del Collegio Educatori possono portare ad una frattura disastrosa dal punto di vista professionale, quando ben sappiamo che le nostre difficoltà possono essere superate solo alla luce di una completa serenità intellettuale. Se è vera la necessità di omogeneizzare i comportamenti rispetto alle strutture della vita convittuale, con la stessa capacità di giudizio e di azione che ci siamo riconosciuti, credo sia opportuno crearci quel minimo di forma mentale che ci permetta di e-ducere il meglio da qualsiasi ragazzo, qualunque ne sia latitudine e retroterra culturale di provenienza. Le questioni del contendere le conosciamo e sulla base di queste, non essendo in grado di dare risposte o soluzioni e considerando che di questi tempi uno "zibaldone" non si nega a nessuno, ho pensato opportuno investire un po' del mio dolce far niente estivo per crearne uno personale immaginato allo scopo di sfatare qualche luogo comune e per vedere con altri occhi sia i ragazzi che noi stessi.

Chiaramente non sempre e/o non necessariamente ho cercato o trovato spunti specifici sull'Albania, sugli albanesi o – peggio – sulla figura dell'istitutore, ma ho ritenuto divertente e comunque istruttivo muovermi "nei dintorni" per comprendere e far comprendere quanto i nostri problemi non siano poi così particolari o patologici.

Quanti, tra i colleghi, non avranno cestinato fin qui queste pagine (questa frase, quando è stata scritta, doveva essere una battuta: alla fine della riunione durante la quale questo documento è stato presentato, almeno il 70% delle copie distribuite era effettivamente già nei cestini! - NdW), troveranno forse abbastanza interessante anche il seguito. A patto di essere coscienti della necessità di educare incessantemente e innanzi tutto noi stessi, che siamo forse il vero Progetto Rustschuk.

(…) A questo punto non si può fare a meno di affrontare brevemente la questione, apparentemente banale, della devianza per necessità. Non tanto per gli effetti immediati che può causare quanto per un complesso di situazioni più articolato. Il crimine derivato dalla mancanza di lavoro, e quindi di mezzi di sostentamento, per quanto mai nel dimenticatoio, ha lasciato il posto in ampi strati della nostra società ad un derivato che riguarda in particolare i giovani (attenzione: non SOLO i giovani - N.d.R. 1999 -): il timore di essere soppiantati socialmente da “altri” che, generalmente ritenuti inferiori, possano in qualche modo affermarsi in una società fortemente meritocratica. A questa posizione inconscia se ne lega un'altra di cui abbiamo già detto: incontrare una cultura (l'insieme dei valori, norme ed istituzioni) diversa ci limita o impedisce la previsione di azioni o reazioni altrui provocando uno stato di disagio e apprensione al quale si può rispondere

     ● accettando di rielaborare le proprie internizzazioni (ciò che può essere definito come 'educazione permanente') consci del fatto che comunque una società non rimane fissa ed immutabile;

     ● scegliendo la via più breve, che passando per una generica intolleranza arriva spesso a vere e proprie forme di devianza criminale (pestaggi, incendi, omicidi).

Fra tutto ciò che si poteva evidenziare, quest'ultimo aspetto assume una certa importanza per quello che ci riguarda perché si è notato che i ragazzi del Convitto[1] hanno spesso la tendenza a percorrere le vie più brevi (dal loro microcosmo a quanto li aspetta fuori) e questo deve spingerci al massimo della proposta educativa sempre con l'attenzione ai mutamenti ed agli sconvolgimenti dei tempi che viviamo.

Raffaele Corte, Giuseppe Denaro, Michele Germano dalle note introduttive al
Corso di Autoaggiornamento 1995/1996 "CINEMA E DEVIANZE GIOVANILI"

II ▪ ITALIANI, QUALE GENTE?

Dopo l'unità d'Italia una circolare del governo ordinava agli insegnanti elementari di iniziare ogni giorno le lezioni facendo esclamare ad alta voce nelle classi: “Chi siamo? Siamo i-ta-lia-ni”. Da allora ad oggi il comune confine politico, le guerre combattute, le campagne nazionalistiche, l'istruzione obbligatoria, il servizio militare, i sempre maggiori scambi interni di popolazione, hanno portato un po' per volta ad una società nuova consapevole, nel bene e nel male, della propria “italianità”. Questo tuttavia senza poter considerare l'Italia come uniforme e compatta sotto il profilo culturale e civile. Le differenze da parte a parte sono sempre esistite, ancora persistono e si sono talora persino accentuate. Il divario tra Nord e Sud, che contrappone due Italie diverse per cause storiche, antropologiche ed economiche, non è scomparso. Appartenere ad una comunità, ad un'etnia, ad una nazione vuol dire avere un fondamento di valori unitari (leggi, lingua ed ordinamento politico compatti), ma non necessariamente essere uniformi nei modi di vita, nei comportamenti, negli usi, nelle ideologie.

La storia fa inevitabilmente del nostro paese un mosaico di diverse italianità tra le quali si collocano numerose etnie stabili da secoli sul territorio.

Se è vero che gli operatori della scuola devono riconoscere la necessità della salvaguardia della lingua come fattore unificante, essi non possono dimenticare che fino a tempi relativamente recenti l'italiano rappresentava uno scoglio insormontabile per i nativi stessi, ed ancor più non possono dimenticare la grossa percentuale di cittadini con passaporto italiano che in realtà comunicano principalmente per mezzo di lingue autoctone o straniere.

Un primo sguardo alla cartina linguistica d'Italia ci presenta, dal Nord al Sud, una Nazione che si distribuisce tra franco-provenzali, ladini, tedeschi, trentini, veneti, gallo-italici, toscani, umbro-marchigiano-romani, abruzzesi, campani, pugliesi, salentini, calabresi,siciliani, albanesi, sardi, còrsi e galluresi.

Nel dettaglio notiamo che alcune minoranze parlano la propria lingua (il francese, il tedesco o lo sloveno) con il riconoscimento degli statuti regionali, mentre altre godono addirittura in parte dell'ammissione all'insegnamento scolastico (friulano, ladino, sardo, albanese). La storia ha fatto di queste popolazioni parte della gente italiana in un evolversi che è un errore pensare concluso e con il quale è necessario porsi in un continuo confronto. Se circa 280.000 persone parlano il tedesco, ma sono in zona di confine e comunque reduci e discendenti di fatti di guerra relativamente recenti, non è assolutamente il caso di dimenticare i circa 100.000 albanesi sparsi tra il Molise e la Sicilia, i molisani serbo-croati, i calabresi ed i salentini greci, i catalani di Alghero, tutti distanti dalle terre di origine ed insediatisi, forse, dopo momenti di lotta ed intolleranza simili a tanti che ancora continuiamo a vedere. E malgrado questo, oggi, sono italiani a tutti gli effetti.[2]

 

III ▪ L'ARCOBALENO DELLE IDENTITÀ

"Io credo che un'identità pura, isolata, non esista. Oggi il mondo è aperto, ci sono contaminazioni, mescolanze, scambi continui. E inevitabilmente anche l'identità europea subisce delle influenze. Queste influenze non sono necessariamente negative: si accolgono alcune cose, se ne rigettano altre.

(…) Chi arriva si rende conto che per esistere, per integrarsi, entrare a far parte della società come un qualunque europeo deve rinunciare al proprio gruppo. (…) Si trova di fronte a un bivio: scegliere tra l'integrazione e l'assimilazione. Integrazione significa occupare un proprio spazio, mantenere una propria autonomia senza entrare in conflitto con il resto della società. Per assimilazione, invece, intendo la rinuncia completa alle proprie abitudini, al proprio stile di vita, ai propri costumi, per sposare in tutto la cultura europea. E questo è terribile! Per esempio in Francia numerosi giovani africani vogliono diventare cittadini francesi. Tra le cose che vengono richieste c'è il cambio di nome: molti rifiutano, ma qualcuno accetta (…).(…) Evidentemente i francesi preferiscono non avere un Ahmed per concittadino. Il nome Ahmed li disturba. E questo è inaccettabile (…).

(…) Il razzismo esiste dappertutto. (…) Quando spiego le sofferenze patite dagli ebrei e la Shoah, mia figlia mi chiede se anche un ebreo può essere razzista. Sì, anche un ebreo può essere razzista, come un nero o un arabo." [3]

"(…) C'è da ricordare un episodio avvenuto agli albori dell'islam e che suscitò interrogativi per quanto riguarda i rapporti tra islam ed ebraismo.

I fatti che ci interessano qui ebbero luogo a Yathrib tra il 626 e il 628. Yathrib, che diventerà in seguito Medina, la città dove Mohammad si era trasferito dopo essere fuggito dalla Mecca per sfuggire all'ostilità dei suoi abitanti e in particolare dei Qorayshiti, tribù da cui proveniva egli stesso. Questo trasferimento è chiamato in arabo Hidjra (egira) e segna l'inizio dell'era islamica, che comincia nell'anno 622 dell'era cristiana.

Nei dintorni di Medina vivevano tre tribù ebraiche, i Bani Quanayqà, i Bani Nadhir e i Bani Quraydhà, con le quali Mohammad aveva stipulato un patto ai termini del quale non dovevano interferire nella controversia che l'opponeva ai Qorayshiti.

Furono i Bani Quanayqà a violare per primi il patto: si misero a schernire i Qorayshiti per le disfatte subite nelle battaglie contro i musulmani. Furono in seguito i Bani Nadhir a fomentare l'assassinio del profeta.

Mohammad fu avvertito del tradimento "dall'arcangelo Gabriele". E quindi organizzò delle spedizioni contro le fortezze di queste due tribù.

Avendo subito l'assedio e non potendo più resistere, gli ebrei si arrendettero alle condizioni del profeta. Mentre ai Bani Quanayqà fu consentito di partire per la Siria con i loro beni, ai Bani Nadhir toccò partire col carico di un cammello per ogni famiglia. Il resto dei loro beni fu preso da Mohammad come bottino di guerra. Anche loro furono diretti verso la Siria, ma una parte andò a rifugiarsi presso i Bani Quraidhà.

A questi ultimi Mohammad decise di applicare un castigo che dà da riflettere sulla "volontà di Dio" che guidava le sue decisioni.

Dio che iniziò ad insultarli per mezzo della voce del suo profeta che si rivolse loro trattandoli come "scimmie e maiali", e non concedette né clemenza, né misericordia, e fu insensibile alle loro implorazioni. Non accordò loro la grazia. (…)

Mokhtar Sakhri (giornalista, scrittore e poeta algerino)
da "I DEMONI DELLA FEDE"

  "(…) Spesso si spreca molto tempo e denaro in grandi convegni e dichiarazioni di principio che non portano a nulla. Io penso che sia molto più utile fare piccole azioni concrete. Che cosa bisogna fare? (…) Educare, garantire l'educazione in tutto il mondo, obbligare quei paesi in cui è diffuso lo sfruttamento del lavoro minorile a mandare a scuola gli adolescenti. E poi bisognerebbe comprare meno armi, costruire più scuole, creare più giardini, occuparsi di più dell'ambiente. Invece viviamo in una società in cui il profitto è diventato il valore supremo: il valore dell'uomo non esiste." [4]

 

IV ▪ SLAVI?

Viene definito "slavo" un insieme di popolazioni il cui nome divenne noto solo verso il VI secolo d.C. e la cui zona di provenienza rimane molto incerta. I tre gruppi fondamentali in cui vengono divisi sono quello Occidentale, stanziatosi in Germania fin dal IX secolo; quello Orientale, attualmente distinto tra Russi Bianchi, Grandi Russi e Ucraini, apparentemente soppiantato dagli Àvari nel IV secolo ma riapparsi dopo il X con la formazione del primo Stato Russo; quello Meridionale, attualmente rappresentato da Bulgari, Sloveni, Croati e Serbi. Come vedremo oltre, in realtà, l'albanese è antropologicamente più vicino al greco che non allo slavo, il quale non gode di grandi simpatie (sentimento reciproco, come i giornali ci hanno fatto capire negli ultimi mesi).

 

V ▪ SHQIPTAR, CHI SEI?

Gli albanesi sono da considerarsi discendenti dal substrato illirico e tracio che dall'XI al XIII secolo si spinse nella attuale Albania e nel Kossovo.
 

L'ILLIRIA

Antica regione del settore nord-occidentale della Penisola Balcanica, abitata da popolazioni indoeuropee da cui derivarono poi i Dalmati e i Pannoni.

Stato indipendente nel III sec. a.C. sotto il re Agrone e la regina Teuta, l'Illiria venne in urto con Roma per le scorrerie dei pirati illiri che avevano il loro centro a Scodra (attuale Scutari). Roma, vittoriosa nelle due guerre illiriche (229-228, 219), impose agli illiri la rinuncia ai loro domini e occupò definitivamente tutto il territorio nel 168 a.C.

Dopo la sottomissione dei Dalmati, fu costituita la provincia dell'Illirico (ca. 27 a.C.).

LA TRACIA

Regione della Penisola Balcanica sud-orientale (…) politicamente divisa tra Turchia, Grecia e Bulgaria.

           Abitata da Traci e Illiri , subì l'occupazione persiana (492 a.C.) dalla quale si liberò dopo la battaglia di Platea (479 a.C.). Si delineò allora un notevole progresso civile, soprattutto nella Tracia orientale, dove la tribù degli Odrisi ottenne la supremazia. Il regno degli Odrisi fu abbattuto da Filippo il Macedone (342-341). Verso la fine del III secolo, a porre fine alla contesa tra Macedonia e Siria intervennero i Romani che, in seguito (46 a.C.), la trasformarono in provincia.

L'ALBANIA

Il territorio dell'Albania è in gran parte montuoso, se si eccettua la pianura costiera che la presenza di paludi rende generalmente insalubre.

Paese povero, l'Albania ha sempre avuto un basso incremento demografico e solo dal secondo dopoguerra il debellamento della malaria e il miglioramento del tenore di vita hanno fatto aumentare notevolmente la popolazione che nel secolo scorso contava solo 800.000 persone. I centri principali, oltre la capitale, sono Scutari, Elbasan, Berati, Coriza e i porti di Durazzo e di Valona. Base principale dell'economia, nel complesso  molto povera, è l'allevamento (soprattutto ovini e caprini) che dà origine alla produzione e all'esportazione di prodotti zootecnici, seguito dall'agricoltura (granoturco, frumento, olivo) e dallo sfruttamento delle risorse minerarie (petrolio, cromo, rame, nichel, lignite). In fase di sviluppo l'industria. Scarsa la rete stradale e ferroviaria.

Sottomessa a Roma nel 168 d.C., l'Albania fece parte dal 476 dell'Impero romano d'Oriente e nel Medioevo fu sotto predominio gotico. nel 917 Simeone di Bulgaria si impossessò di tutta l'Albania centromeridionale. L'Albania passò così sotto dominio bulgaro e successivamente (1024) sotto l'influenza di Venezia, fino al 1230 quando fu nuovamente conquistata dal regno bulgaro. Nel 1444, si riunì la lega dei popoli albanesi contro i Turchi e Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, che ne era a capo, iniziò la sua gloriosa serie di campagne contro gli Ottomani. La sua morte (1468) segnò la fine della Lega e il passaggio dell'Albania sotto dominio turco. All'inizio del XIX secolo, scoppiarono aperte insurrezioni contro la Turchia, ma l'Albania dovette attendere fino al 1912 per la proclamazione della propria indipendenza, riconosciuta internazionalmente nel 1913, alla conferenza di Londra. Retta da una monarchia costituzionale che portò al trono Guglielmo Wied, fu occupata militarmente dagli italiani nel 1939 dopo venti anni di una costante influenza. Nel 1941 si formò un primo movimento partigiano, quindi un fronte di liberazione contro i Tedeschi diretto da Enver Hoxha. Nel 1945 venne proclamata la Repubblica democratica popolare albanese, che durò fino al 1990 e che condusse prima una politica affine a quella iugoslava per poi legarsi a quella sovietica fino al 1956. Insorto il dissidio fra URSS e Cina, l'Albania si è schierata a favore di quest'ultima. Il nuovo corso della politica di Pechino dopo la morte di Mao Tse-Tung (1976) ha indotto il governo albanese a troncare il rapporto privilegiato con la Cina e ad assumere una posizione di chiusura rispetto ai blocchi internazionali.

Dopo il crollo del sistema "comunista" e "socialista" nei paesi dell'Est Europeo e sotto l'incalzare di una gravissima crisi economica, la situazione è completamente cambiata: si sono tenute nel 1991 le prime elezioni libere, a cui hanno partecipato numerosi partiti; le industrie e la terra, dallo Stato sono passate a cooperative e privati, tra cui molti italiani. [5]

 

VI ▪ LA LINGUA E' MIA…

"L'albanese è una lingua indoeuropea che risulta dalla convergenza di un fondo originario illirico e di elementi latini, greci, turchi, slavi e, più recentemente, italiani e francesi, che hanno influenzato soprattutto il lessico.

Trasmesso oralmente per secoli, è stato codificato solo agli inizi degli anni Settanta.

Alcune date fondamentali:

¨       il primo documento scritto datato è la Formula battesimale (1462);

¨       il primo libro pubblicato è il Messale del religioso Gjon Buzuku (1555);

¨       il primo dizionario su basi nazionali, compilato negli anni Ottanta del secolo scorso dal linguista Kostandin Kristoforidhi, è stato pubblicato nel 1904;

¨       l'alfabeto con caratteri latini oggi in uso è stato stabilito dal Congresso di Manastir nel 1907, secondo il principio che ad ogni suono deve corrispondere un segno, superando le proposte precedenti che ricorrevano fra l'altro a lettere greche o originali;

¨       l'unificazione della lingua letteraria nazionale è stata sancita dal Congresso di Ortografia tenutosi a Tirana nel 1972, al quale erano presenti anche linguisti di Kossovo, Macedonia, Montenegro e arbëresh italiani (le comunità arbëresh si sono stanziate principalmente nell'Italia meridionale e in Grecia alla fine del XVI secolo)." [6]

 

VII ▪ …E GUAI A CHI ME LA TOCCA!

La specie umana , per buona parte della sua storia e in alcuni casi ancora oggi, è stata organizzata in tribù di piccole dimensioni, gruppi di persone con un legame di parentela piuttosto stretto.

Questo modello organizzativo è proprio delle culture contadine fin dai tempi dei primi insediamenti agricoli dei migranti giunti dall'Asia fino alla cosiddetta Mezzaluna Fertile (Africa Nord-Orientale, paesi mediorientali affacciati sul Mediterraneo, Turchia, Grecia) e da qui successivamente avanzati verso il resto d'Europa. Esso è di certo ancora psicologicamente radicato nelle culture in transito verso l'industrializzazione, come può essere quella albanese.

Se, come è stato provato, esiste una corrispondenza biunivoca tra lingua e tribù (ossia stato genetico di un gruppo umano) e se è vero che le lingue offrono una guida sommaria alla tribù di appartenenza, si potrà comprendere perché gli albanesi usano un idioma (nelle due forme dialettali tosco e ghego) che seppure appartenente alla famiglia delle lingue indoeuropee, non fa parte di alcun gruppo linguistico se non il proprio.

In secoli di dominazioni – di cui si è detto – praticamente nessun conquistatore è riuscito ad imporre la propria parlata, come spesso è accaduto altrove (per esempio agli avi di chi scrive), né ad incidere particolarmente su quella dei nativi. Tento una spiegazione: il forte senso di coesione della "tribù" albanese ha di fatto sempre posto delle barriere di fronte agli invasori. Se i cambiamenti nelle lingue si basano fondamentalmente sulla fusione, anche genetica, tra individui di diverse etnie, è altrettanto vero che all'origine le differenze linguistiche possono creare o rafforzare una sorta di barriera naturale tra popolazioni. In questo senso è credibile l'ipotesi che gli albanesi abbiano usato la parlata come arma nei confronti degli invasori: per "mantenere le distanze" e salvaguardare la propria identità etnica e culturale.

Se questa teoria (personale, ma, credo, ben sostenuta dalle fonti consultate) risultasse vera, sarebbe comprensibile – per quanto non completamente giustificabile – il richiamo ancestrale all'uso che i nostri ragazzi fanno dell'albanese, alle raccomandazioni rivolte loro in famiglia a salvaguardia delle proprie radici, alla necessità (pena lo scherno in patria) di non "inquinare" la parlata con un calare italiano. [7]

 

VIII ▪ FRATELLI E SORELLE

"Quando facciamo delle osservazioni sul matrimonio, sulla famiglia e sulla parentela, ci poniamo facilmente in una posizione etnocentrica. Partiamo infatti da ciò che ci è noto e familiare, e che quindi giudichiamo naturale e giusto. Nella famiglia moderna, le relazioni sono molto personali e quindi essa è anche più fragile degli altri tipi di famiglia: quando l'affetto reciproco si indebolisce, non esiste più niente che tenga unita la famiglia moderna. (…)

La famiglia, nel senso arcaico della parola, era soprattutto tipica delle società agrario – artigianali, dove il gruppo familiare coincideva con il gruppo produttivo. (…)

I grandi interessi economici, che giocavano un ruolo fondamentale nella vita della famiglia agraria, erano inequivocabilmente rispecchiati nella scelta del "partner" matrimoniale. Il matrimonio era più un affare che riguardava le due famiglie che non i due sposi. (…)

Nella società qui descritta, che possiamo definire di tipo chiuso, la famiglia era aperta. La società (ristretta) come tale, aveva rari contatti con l'esterno mentre le unità familiari nell'ambito di questa società avevano molteplici contatti reciproci, caratterizzati da un forte controllo sociale. In altre parole, la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata era molto meno netta di adesso. (…)

Spesso ci si limita, nei processi sociali familiari, all'interazione fra i coniugi e/o a quello fra genitori e figli. Ciò che avviene tra fratelli e sorelle è stato molto meno studiato. Si deve fare una distinzione, in questo caso, sul modo in cui i bambini si influenzano reciprocamente, si dominano, bisticciano o collaborano tra di loro ed imparano l'uno dall'altro. (…) I bambini si socializzano a vicenda in misura notevole e si controllano l'un l'altro: perciò i bambini più grandi (nel nostro caso direi, piuttosto, i maschi – N.d.R.) sono gravati da una maggiore responsabilità." [8]

"La debolezza e la limitata estensione dei legami e degli obblighi familiari sono caratteristiche dell'attuale vita suburbana, che sarebbe sembrata profondamente estranea e sconvolgente ai popoli del mondo antico, come del resto si presenta ancora oggi a molti popoli dell'Asia, dell'Africa e dell'Arabia. L'Antigone di Sofocle offre la rappresentazione drammatica di alcuni atteggiamenti più arcaici verso la parentela, radicalmente opposti a quelli espressi (giacché possono non essere realmente applicati) dagli individualisti moderni (…). Antigone e sua sorella Ismene si trovano alla corte del re Creonte, al figlio del quale la prima è fidanzata. I loro unici due fratelli si sono uccisi l'un l'altro in battaglia, l'uno combattendo per Creonte, l'altro contro. Questi ha ordinato che uno venga onorato, mentre l'altro rimanga 'insepolto, non pianto, un banchetto di carne per gli avvoltoi dagli occhi aguzzi. Ma Antigone riconosce per sé e per la sorella, come uniche parenti sopravvissute, il dovere estremo di dare sepoltura al corpo del fratello disonorato e chiede ad Ismene di aiutarla:

Antigone: Devi riflettere se vuoi tentare con me, spingerti con me, aiutarmi

Ismene: In quale rischio? Dove mai ti porta la mente?

Antigone: Rifletti se vuoi aiutare queste mani mie con le tue a sollevare il morto

Ismene: E pensi di seppellirlo contro il divieto?

Antigone: Sì. E' mio fratello, e tuo anche se tu non vuoi. Nessuno dovrà incolparmi di tradimento.

Ismene: Troppo sei audace: disobbedisci a Creonte.

Antigone: Creonte non ha diritto di separarmi dai miei.

Ismene: Ripensa a nostro padre, sorella: come offeso, maledetto, vituperato è morto; e colpito aveva i suoi occhi di propria mano, per le colpe scoperte da se stesso. Ripensa a quella che fu sua madre e sposa, duplice nefando nome: fece scempio di sé troncando la sua vita con una corda. Ed ecco l'infamia ultima: i due fratelli, l'uno uccidendo l'altro, hanno compiuto da se stessi, in un giorno solo, il destino comune. Considera tu, ora, di quale morte più atroce moriremo noi due abbandonate, se trasgrediamo il comando, la legge di un sovrano. Ma sopra tutto conviene ricordare che noi siamo donne, per natura incapaci di lottare contro gli uomini. Costrette dai più forti dobbiamo subire queste cose, e di queste anche più gravi. Io chiederò perdono alle ombre sotterranee, perché a tanto sono costretta; e obbedirò alla potenza dei vivi. Eccedere dai nostri limiti è una follia.

Antigone: Non ti prego più. Né gradirò il tuo aiuto, se tu volessi agire più tardi. Resta pure quello che sei, quella che ti piace essere. Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire. Cara a lui riposerò con lui a me caro. E avrò compiuto un delitto santo. A quelli laggiù io dovrò essere cara per un tempo più lungo che a questi di quassù: perché laggiù starò per sempre. Rimani tu, qui, a disprezzare le leggi divine.

Ismene: Io non le disprezzo le leggi divine; ma nulla so fare contro la città.

Antigone: Inutile pretesto, che non ti può coprire. La tomba vado a innalzare, io sola: a mio fratello.

Ismene: Oh povera te. Mi fai spavento.

Antigone: Di me non darti pena. Guarda al tuo destino.

Ismene: Non svelare a nessuno il tuo disegno, almeno: nascondilo, ti prego. Lo stesso farò io.

Antigone: No, no. Devi parlarne, anzi; svelare a tutti l'opera mia. Il tuo silenzio mi sarebbe più odioso di te.(…)

Ismene non osa disobbedire all'ordine del re; oscilla tra le richieste contrastanti della famiglia e dello stato, in maniera forse più congeniale alla mentalità moderna che all'impegno, personale e sincero, di Antigone verso le esigenze preminenti della parentela. Antigone seppellisce da sola il fratello e viene condannata a morte per questo, 'rea di devozione', come lei stessa aveva affermato precedentemente.

Agli occhi di Sofocle e dei suoi spettatori, essa ha agito rettamente, anteponendo il compito, impostole da una norma della religione e del sangue, alla legge dello stato. Creonte è punito come tiranno, perché pretende, come sovrano, un atto di obbedienza che nega la priorità dei doveri più solenni imposti dal legame di parentela. Questi doveri erano ritenuti vincolanti in maniera tanto assoluta quanto teoricamente lo sono ancora oggi presso molti popoli che vivono fuori del mondo urbano occidentale. (…) La parentela è qualcosa di più di un mero aspetto della vita sociale che si possa opportunamente isolare per esaminarlo separatamente. La sua comprensione costituisce la base indispensabile per lo studio di tutte le altre attività sociali."[9]

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…Sicilia…Italia

(da "LA REPUBBLICA" del 28 agosto 1999)

 

IX ▪ UN PUGNALE SOTTO IL CUSCINO

Ho sempre avuto l'abitudine di sostenere che il metodo Montessori è morto con Maria Montessori, quello scout con Lord Baden-Powell, la scuola popolare con Don Milani, il comunismo con Marx e via dicendo, perché sono convinto che una cosa è concepire un'idea, altro è allevarla. Non potendo ignorare il tassello religioso in questo tentativo di capire i ragazzi albanesi (il 70% della popolazione è musulmano), mi sono reso conto che anche Maometto (pardòn, Mohammad) va inserito nella lista, perché alla sua morte le lotte per la successione portarono a divisioni e violenze che trasfigurarono almeno in parte l'essenza fondamentalmente pacifica dell'islam, incidendo - per autodifesa o muta adesione - sul carattere delle popolazioni conquistate.

La 109ma (surata), intitolata proprio sura dei miscredenti indica chiaramente (…) l'atteggiamento che la nuova religione intende avere dinanzi a chi non crede:

Rispettando il Corano, gli Arabi e i musulmani in genere non potevano e non dovrebbero oggi cercare di imporre la loro religione con mezzi di coercizione. (…)

Alla morte, nel 878, del 12° imam sciita Mohammed al-Muntazar, che non lasciò discendenza, gli sciiti si convinsero che a tempo debito sarebbe riapparso. Lo considerano l'atteso (al muntazar ha proprio questo significato) e lo aspettano in quanto Mehdi, cioè l'inviato, destinato a ristabilire il vero islam e a conquistare il mondo intero.

(…)Portando la bandiera dell'islam i Turchi estesero il loro dominio sul mondo arabo e sui Balcani, diventando praticamente per tre secoli i maestri del Mediterraneo, governando i paesi sottomessi con la legge della spada. (…)

E la Sublime Porta, anziché aprirsi su nuovi orizzonti splendenti, sembrò essersi chiusa sugli splendori del passato per imprigionare a tempo indeterminato il genio dei lumi.

(…) Il Corano non circolava tra tutte le mani. Rare erano le famiglie che ne possedevano una copia, e molto spesso quelle che ne erano provviste consideravano di essere fortunate e di esserlo ancora di più se quell'esemplare proveniva dalla Mecca. Usavano conservare quel libro come una reliquia da non profanare. Non si poteva toccare e quindi rari erano quelli che lo potevano leggere (…).

Intanto esistevano le scuole coraniche dove i bambini si recavano (…). Dopo anni di studio la maggior parte di loro aveva imparato a memoria qualche sura senza averci capito pressochè nulla (…).

E' probabile che per molti imam era bene che le cose andassero in questo modo. Loro sapevano (?) il Corano e quindi dalla loro presunta sapienza traevano il prestigio e il potere detenuti dai sacerdoti in tutte le società di tutti i tempi." [10]

 

X ▪ CONCLUSIONI (?)

Le conclusioni, per motivi ovvi, non ci sono. Il discorso intrapreso è sempre aperto, ed ogni giorno nuove situazioni ed esperienze ci mettono di fronte a problemi da risolvere in una dinamica ciclica e non terminabile. Se mai qualcuno sostenesse la possibilità di concepire un Manuale del perfetto educatore, personalmente, lo eviterei come la peste, ma, con assoluta umiltà, ritengo necessario buttare sul tavolo in ogni momento nuovi spunti di riflessione e confronto, così come, dallo stesso tavolo, ritengo anche necessario coglierne. Le ferie stanno finendo e con loro, per il momento, anche la raccolta di parole che state leggendo. Non c'è conclusione, ma c'è una sorta di appendice nella proposta di lavoro STRUMENTO-PROFILI che vi presento "a latere" e che è stata concepita per tutto il convitto e non solo con gli albanesi nella mente. Perché se non è possibile chiudere qui, è inevitabile cogliere il limite (di cui mi rendo conto scrivendo) di queste pagine: un po' troppo di parte! Me ne scuso, ma è stato più forte di me. E rendendomi conto dell'esclusione dei ragazzi italiani e di quelli tunisini, non voglio dimenticare, per il poco che posso, almeno gli istitutori ed il convitto come istituzione. Anche qui poco di nuovo: siamo nel 1907 e…

"Mi è venuta una lettera della mamma la quale mi dice tante belle cose e mi ha consolato un poco nella vita del collegio che è una vitaccia impossibile, sia per la mancanza di libertà, sia perché si mangia molto male, e più di tutto perché siamo lontani dalle nostre famiglie e, per quanto dicano di tener le veci dei nostri genitori, il signor Stanislao e la signora Geltrude non arriveranno mai a farci dimenticare il babbo e la mamma. (…)

(…)Qui, in questo stabilimento carcerario che chiamano collegio, non siamo mai soli, neppure quando si dorme, e la libertà non penetra mai per nessuno, neppure per un minuto secondo…

Il Direttore si chiama il signor Stanislao ed è un uomo secco secco e lungo lungo, con due gran baffoni brizzolati che quando s'arrabbia gli treman tutti, e con una zazzera di capelli nerissimi che gli vengon in avanti appiccicati sulle tempie e gli danno l'aria di un grand'uomo, ma dei tempi passati.

E' un tipo militare che parla sempre a forza di comandi e facendo gli occhi terribili.

- Stoppani, - mi ha detto un paio di giorni fa – stasera starete a pane e acqua! Per fianco destro… March! -

E questo perché? perché mi aveva sorpreso nel corridoio che conduce alla sala di ginnastica mentre scrivevo col carbone sul muro: Abbasso i tiranni!

Più tardi la Direttrice mi disse:

- Sei un sudicione e un malvagio. Sudicione perché hai sporcato il muro, e malvagio perché offendi le persone che cercano di farti del bene correggendoti. Chi hai voluto indicare come tiranni? Sentiamo…

- Uno è Federigo Barbarossa, - risposi pronto – un altro è Galeazzo Visconti, un altro è il generale

Radeschi, e un altro è… 

- Siete anche un impertinente, ecco tutto! andate in classe subito! – (…)

(…) Venne un bidello che mi disse:

- Il signor Direttore la desidera. –

Confesso che quello fu un brutto momento per me. Mi sentii un gran rimescolìo nel sangue… Ma fu proprio un momento, e quando mi presentai in Direzione ero relativamente calmo e mi sentivo sicuro di me.

Il signor Stanislao, sempre col suo turbante nero in testa e il suo occhio maculato che era diventato violetto, mi squadrò ben bene da dietro la sua scrivania, senza parlare, credendo di incutermi chi sa che paura, mentre io che invece conoscevo quest'arte, girai in qua e in là lo sguardo distrattamente sugli scaffali pieni di libri, tutti splendidamente rilegati, con certe dorature bellissime e che lui non leggeva mai.

Finalmente il Direttore mi domandò a bruciapelo con accento severo:

- Voi, Giovanni Stoppani, la notte dal 13 al 14 siete uscito verso mezzanotte dalla vostra camerata e non vi avete fatto ritorno che dopo un'ora circa. E' vero?

Io seguitai a guardare i libri degli scaffali. (…)

Il signor Stanislao allora si alzò dalla sedia puntando le mani sulla scrivania e protendendo la faccia stralunata verso di me; poi al colmo dell'ira gridò:

- Hai capito che devi rispondere, eh? Pezzo di canaglia! – (…)

A questo punto l'usciolino a sinistra della scrivania si aprì e comparve la signora Geltrude (…).

- Che c'è? – disse.- Che sono questi urli?

- C'è – rispose il Direttore – che questo pessimo soggetto non risponde alle mie domande. (…)

- Ah, non rispondi, eh? pezzo di mascalzone…Tu non vuoi convenire, eh? delle tue prodezze!… (…) Ah, credevi di farla liscia, eh? Sei tu che ci hai messo il collegio in rivoluzione fin dal primo momento che ci sei capitato tra i piedi, con le tue perfide invenzioni, con le tue vili calunnie… Ma basta sai? E anche senza interrogarti vi sono tante prove e testimonianze delle tue canagliate che abbiamo avvertito fin da ieri tuo padre di venirti a prendere, e a quest'ora dev'essere per la strada… Se non ti vuol tenere in casa ti metterà in galera, che è il solo posto degno d'un briccone come te! –" [11]

 

XI ▪ PROMEMORIA

NELL'A.S. 1998/1999 LA SCUOLA PUBBLICA E' STATA FREQUENTATA DA 7.540.156 RAGAZZI DEI QUALI CIRCA 50.000 STRANIERI NUOVI ISCRITTI.

QUEST'ANNO (1999/2000 - NdW) I NUOVI ISCRITTI STRANIERI SONO CIRCA 83.000

 

POSTILLA:
PIEGARE I NOSTRI ISTINTI ALLA NECESSITA' DI CONVIVERE

  (…) La tendenza alla xenofobia, all'ostilità verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l'equilibrio relazionale e di potere esistente, è generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare alle esperienze di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino al mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore! – far arrivare anche i suoi cari senz'altro più rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri.

E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti e frequentemente lo xenos  ci apparirà non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.

Epperò – tutta la storia culturale dell'uomo non è forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell'omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del più forte, della violenza in tutte le sue forme – insomma un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e ricostruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettività che per l'appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico? Non c'è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra la le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo.

Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno ma non è detto che l'eventuale affinità con comportamenti bestiali renda più scusabili certi comportamenti inumani.

I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l'espulsione di marocchini e zingari ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi di lì, non possono certamente pretendere alcuna nobilitazione scientifica. Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l'arte dell'accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio con tutti gli opportuni accorgimenti perché possano crescere la conoscenza e l'inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità di sentire la diversità etnica e culturale non come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. non tutti si convinceranno che "inter-etnico è (può essere) bello"; anzi, risulta più popolare, nei fatti, lo slogan opposto ("etnico è bello").

Ma la verità è che non esiste un'astratta e teorica possibilità di scelta.

Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneità etnica gran parte del mondo d'oggi e soprattutto le grandi città.

Converrà allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché convivere è brutto e oltretutto innaturale." [12]


[1] Ci si riferisce, qui, all'a.s. 1995/1996

[2] Tutte le informazioni geografiche e storiche (salvo altre indicazioni) sono tratte da "GRANDE ATLANTE D'EUROPA E D'ITALIA DeAGOSTINI" 1995 e da "COMPACT – Enciclopedia Generale DeAgostini" 1988

[3] Tahar Ben Jelloun (scrittore franco–marocchino impegnato nel campo della difesa dei diritti civili, contro il razzismo e  gli integralismi religiosi e ideologici) su "LA NUOVA ECOLOGIA" n°4 – aprile 1998

[4] Cfr. nota n°3

[5] Aggiornamenti storici da "LA GEOGRAFIA VERSO IL DUEMILA" - Loescher

[6] Paola Guerra e Alberto Spagnoli dal "DIZIONARIO ALBANESE" - Vallardi

[7] Informazioni tratte dal n° 108 – giugno 1999 dei Quaderni de "LE SCIENZE" ('Le lingue del mondo' a cura di Giuseppe Longobardi)

[8] H.de Jager e A. Mok da "CHE COS'E' LA SOCIOLOGIA"

[9] Godfrey Lienhardt da "ANTROPOLOGIA SOCIALE"

   (il brano dell'Antigone presentato dall'Autore è stato sostituito con quello tradotto da E. Cetrangolo in "IL TEATRO GRECO – Tutte le Tragedie"  a cura di Carlo Diano)

[10] Mokhtar Sakhri, op. cit.

[11] Vamba (Luigi Bertelli) da "IL GIORNALINO DI GIAMBURRASCA"

[12] Alexander Langer, altoatesino, morto prematuramente nel 1995, è stato animatore e leader dell'esperienza politica verde in Italia e in Europa. L'articolo è tratto da "LA NUOVA ECOLOGIA" (Cfr. nota n°3)

 

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