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» IL PREDONE
Maurizio
era quel che era, ma quello che ha fatto mi ha lasciato
interdetto.
Lo conoscevo
molto bene e non avrei mai pensato che potesse suicidarsi.
Aveva sostenuto che l’unico impulso vitale era dato
dal destino e che quindi nient’altro poteva far vivere
o morire: neanche un essere umano dalle indubbie doti
di manipolatore di idee.
Una volta
avevamo parlato del suicidio ed ero rimasto confuso
e preoccupato da una sua risata e dal suo scetticismo.
«No, no! Non hai capito niente! Il suicidio è
un’apparenza esteriore, la forma visibile che
si percepisce della morte, così come cambia la
forma di una notizia data in televisione o attraverso
la stampa. Non è niente di più!»
«Ma non
dire stupidate, dai! Qui si sta parlando di un
atto compiuto da una persona contro sé stessa, ,
quindi di una scelta soggettiva. Se fosse come dici
tu la chiesa non condannerebbe il suicidio!»
«La chiesa, la chiesa!... Non sai parlare d’altro,
non sei capace di dire qualcosa di tuo, di ragionato,
magari sbagliatissimo, ma profondamente tuo!
La chiesa
vieta tutto, condanna tutto, ma lo fa qui,
sulla terra. Di là, se esiste un aldilà,
tutto può essere diverso, e ciò che qui condanniamo,
lì può renderci felici. Siamo immersi in un monco le
cui deviazioni sono minime: tutto si muove con precisione
cronometrica, ed anche gli spostamenti dell’asse terrestre
sono perfettamente calcolabili. Ed ecco l’Uomo che abita
questo mondo: perché dovrebbe sfuggire a questi criteri
di perfezione matematica?
Tutto,
e ti ripeto: TUTTO, si muove a ragion veduta seguendo
un destino a cui non possiamo sottrarci e che non possiamo
modificare!»
I suoi discorsi mi spaventavano. La sua filosofia, a
volte, rasentava la follia, ma una follia calma, lucida,
e proprio per questo più convincente, tanto che
spesso non riuscivo a dargli una risposta, a controbattere
teorie tanto assurde - quanto possibili - che insinuavano
il tarlo del dubbio tra le mie (credevo) così cristallizzate
convinzioni.
Così,
vedendo il suo volto alterarsi paurosamente nell’esporre
quelle idee, provavo un sentimento di terrore. Solo
oggi riesco a capire che ciò che temevo non erano
né lui né la sua probabile pazzia, ma me stesso e la debolezza di quelle convinzioni che rischiavano
di sgretolarsi in ogni momento...
{MUSICA}
Ero stato io stesso a trovare il suo corpo, steso sopra
il letto tra decine di fotografie che aveva scattato
nelle più svariate occasioni. In mano aveva ancora la
pistola: senza dubbio si era ucciso, quindi tutte le
sue idee circa il suicidio venivano a cadere. La calma
e la compostezza con cui mi apparve dimostravano inequivocabilmente
che la sua era stata una scelta, quindi il destino non
c'entrava proprio niente.
Quelle
considerazioni mi sollevarono:le mie idee erano in salvo!
Oggi mi rendo conto di quanto fosse stupido quel mio
sollievo, che già da subito suonava falso, incapace
com'ero di liberarmi di un'ansia razionalmente immotivata.
Sentivo che qualcosa di quella morte non riusciva a
convincermi, e mi ritrovai a fare supposizioni, ad analizzare
fatti. I discorsi di Maurizio, insomma, non mi erano
rimasti del tutto estranei e mantenevano vivo in me
il desiderio di andare al fondo dell’accaduto.
Mi meravigliai,
ad esempio, della scarsa importanza attribuita in principio
alle fotografie sparse sul letto. Poi notai che in un
suicidio così ”classico” mancavano le solite due righe
di addio.
Ma ciò che mi colpì di più fu una parte di quella specie
di battibecco sul suicidio che mi tornò improvvisamente
alla memoria:
«Quello che dovresti cercare di capire è che si muore
di pistola, di gas, di veleno, non di suicidio.
Quelli
che tu chiami ”suicidi” sono solo i corpi delle vittime:
il fatto che al tempo stesso siano anche i killer non
ha nessuna importanza. All’occorrenza ognuno di noi
può uccidere qualcuno per una necessità o per un ordine.
Spesso “qualcosa” ci ordina di uccidere una
persona:
ciò che ti scandalizza è che la persona da uccidere
possa essere la stessa che uccide. Così
la Chiesa (di cui sei devoto figlio) condanna l’assassino
e celebra lamentosi funerali per la vittima nel caso
di un omicidio, mentre condanna sia l'assassino che
la vittima nel caso di un suicidio!»
Non riuscivo a chiarire a me stesso se accettare l’accaduto
così come mi si era presentato, oppure andare al fondo
dei suoi pensieri nel tentativo di capire cosa fosse
quel “qualcosa” che aveva armato la mano del killer
Maurizio per uccidere il mio amico Maurizio.
Poi pensai
che tutta la sua vita era stata un testamento spirituale
e che le mie convinzioni, duramente provate dai colpi
delle sue, avrebbero dovuto crollare definitivamente
o rinsaldarsi.
La curiosità
fece il resto e decisi di capire...
{MUSICA}
Il lavoro di ricerca della verità cominciò con lunghe
giornate passate a pensare, meditare, analizzare
ogni discorso di Maurizio che potessi ricordare.
In tutti
trovavo il filo rosso di una eterea follia, ma più andavo
avanti con i ricordi, più mi rendevo conto che quella
follia era un innalzarsi al di sopra delle parti, un
tentativo di non farsi intrappolare in forme imbriglianti
di pensiero e di vita. Mi accorgevo, insomma,
di quanta saggezza ci fosse nella sua pazzia e di quanto
essa non fosse niente a confronto delle nevrosi mia
e dei nostri amici.
Nel palazzo in cui abitavamo, Maurizio era conosciuto
come ”il Matto” e questa definizione paesana lo rendeva
felice, amante come era delle cose semplici e d'altri
tempi. Aveva costretto gli altri abitanti del palazzo
ad esprimere una parte del loro "essere antico" e questo
lo faceva impazzire di soddisfazione.
La sua
“follia” gli dava una grande fantasia e una immensa
forza di pensiero. Era capace di stare immobile per
ore semplicemente a pensare, così come poteva passare
lunghi periodi della giornata a battere chiodi e imbiancare
pareti. In passato aveva fatto molte cose, ma nessuna
riusciva ad appassionarlo abbastanza da spingerlo a
una scelta definitiva: doveva dare sfogo alla sua fantasia,
cogliere l'attimo!
La sua vita cambiò che ancora frequentavamo l'università.
Era Natale,
e il padre, per regalo, gli comprò un apparecchio
fotografico. Rimase a guardarlo per settimane, a studiarlo
nei minimi particolari, come se volesse creare un rapporto
di complicità sé e la macchina.
Quando
un giorno, finalmente, lo vedemmo uscire con la Leica
a tracolla, eravamo certi che fosse in grado di usarla
alla perfezione. E fu così. O anche meglio!
Scattò le prime foto ad una ragazza che non se ne spiegava
il motivo eppure lo amava.
Noi,
i suoi amici, e lei aspettammo la stampa di quelle immagini
come un padre aspetta davanti la sala parto: e finalmente
le vedemmo.
Eccezionali, ai limiti della perfezione, ma notammo
una smorfia di preoccupazione sul volto di Maurizio.
Lo conoscevamo abbastanza per sapere che se avesse voluto
dirci qualcosa l'avrebbe fatto. Non lo fece, e quel
silenzio era per noi un invito a non fare domande. Ma
io, che lo conoscevo bene, avevo già capito che nella
sua mente si erano messi in moto nuovi pensieri su quella
nuova e definitiva scoperta. Sicuramente aveva incominciato
a teorizzare e filosofeggiare sulla fotografia e sui
suoi significati, cosa che al momento mi preoccupò abbastanza
anche se la preoccupazione fu di breve durata in quanto,
nel giro di pochi giorni, tutto tornò alla – diciamo
– normalità.
Maurizio aveva ripreso ad uscire con noi e con quella
ragazza, era tornato alle assemblee, alle manifestazioni.
La differenza, adesso era la presenza costante della
macchina fotografica...
{MUSICA}
I suoi interessi fotografici si spostarono dalla ragazza
alla natura, poi alle stranezze della città, poi ai
colori, per giungere finalmente all'ultimo e definitivo
suo interesse: l'attualità.
Non gli
importava fotografare gente ricca o povera, famosa o
anonima, purché le fotografie potessero documentare
i fatti della vita in città.
La fotografia costa e presto dovette cominciare a fare
i conti con la necessità di denaro.
Entrò
in collisione con la propria etica, con le proprie convinzioni
e decise a malincuore di inviare alcune sue fotografie
ai giornali. Naturalmente divenne presto famoso, ma
mai ricco: gran parte dei soldi che guadagnava erano
destinati a sostenere il suo partito, uno di quei gruppi
politici tanto piccoli quanto affamati di denaro. Questa
era una delle sue uniche spese e a noi pareva fosse
un modo per dare pulizia a denaro che, ottenuto vendendo
Arte, doveva sembrargli lercio.
Per il resto non era cambiato niente, o quasi. La notorietà
non lo aveva minimamente intaccato né per comportamenti,
né per idee. Passava, però, contrariamente a quanto
succedeva prima, da momenti di euforia a momenti di
abbattimento nei quali, senza dubbio, sviluppava
le sue filosofie.
Dovette
venire il giorno in cui volle mettermi al corrente dei
suoi pensieri...
{MUSICA}
«Hai mai provato a chiederti quale sia la differenza
tra la vita e la morte?»
«lo ho sempre creduto nell’anima...»
«Ci risiamo: non riesci a liberarti di idee e frasi
fatte. Sei stato ”costruito” proprio bene!... A meno
che tu non dia un significato particolare alla parola anima!»
«No… non credo di poter offrire molto più di quello
che fa la Chiesa... mi dispiace!»
«Guarda che non devi dispiacerti per me, ma solo per
te! Ti rendi conto di essere schiavo di idee costruite
secoli fa per fregare la gente? Cerca di usare il tuo
cervello per una volta!»
«Beh, devo dire che in genere in queste cose mi aiuti
molto: se vuoi puoi provarci ancora!»
«È chiaro che la differenza tra lo stato di vita e quello
di morte risiede nel possesso o meno di una forza vitale
che dura il tempo ad essa assegnato da un qualcosa che
potremmo definire”destino”. La cosa più importante è
capire che la forza vitale non ci abbandona sempre alla
stessa maniera. Il morire di malattia o di revolver
non cambia il fatto, quindi esiste una connessione strettissima
tra il corpo e questa forza. Le due entità non possono
essere separate, fatto sta che, dopo la morte, anche
il corpo tende a dissolversi.»
«Molto affascinante, ma dove vuoi arrivare?»
«Voglio arrivare a farti una domanda alla quale certamente
non saprai rispondere: come si presenta l’anima?»
«Ma è indescrivibile! Eterea, impalpabile: come puoi
pretendere che io sappia dartene una descrizione?»
«È molto meno difficile di quanto pensi! Immagina un
negativo fotografico!
Proprio
perchè è un negativo bisogna ammettere che non è il
soggetto, ma il suo esatto contrario. Al tempo
stesso, sapendo che in stampa potrai trarne una figura
simile all’originale, non potrai negare che quel negativo
rappresenti il soggetto: dunque è lui, ma non è lui.
O meglio, è la sua rappresentazione in termini immaginari,
la sua ombra. Insomma: quel negativo è la rappresentazione
dell’anima del soggetto!»
Rimasi
allibito di fronte a quelle parole e mi imposi di controbattere:
«Senti Maurizio, questa volta hai veramente superato
te stesso! La tua fantasia si è sfogata senza trovare
limiti, ma non è possibile che tu creda veramente di
appropriarti dell'anima di chi fotografi. Innanzitutto
morirebbero ad ogni tuo "click", e poi fotografi anche
degli oggetti e…»
«D'accordo, so già benissimo quello che devi dire: gli
oggetti non hanno anima! Ma che ne sai? Inoltre ricorda
che il mio concetto di anima è molto diverso dal tuo:
la chiesa nega l’anima alle bestie, eppure queste vivono,
muoiono: hanno forza vitale e ad un tratto la perdono.
Dal mio punto di vista ho mille ragioni… Però devo dire
che, in parte, ne hai anche tu…»
«Alleluia! e dimmi, dov’è che mostro tanta arguzia?»
«Nel parlare di appropriazione dell’anima. Sbagli dal
punto di vista quantitativo, ma il concetto è quello.
È vero che sulla pellicola resta la raffigurazione dell’anima
del soggetto, ma solo una parte: minima rispetto all’insieme
dell’energia vitale di un uomo!»
«Quindi, secondo te, ogni fotografia è una “ferita”
all’anima del soggetto!»
«Già! Ed il problema è proprio qui... Ti rendi conto
di quanto la fotografia possa essere pericolosa? Ciò
che non conosciamo è il limite massimo di scatti che
possiamo indirizzare ad una persona senza che questa
ne muoia!»
Nascosi con una risata ed una manata sulla spalla del
mio amico un certo moto di ansia che mi aveva preso,
ma che durò un istante, il tempo di rendermi conto che
uomini e animali, da sempre, sono nati e morti: anche
prima dell'invenzione della fotografia!
Evitai
di opporre questo nuovo argomento alla già ingarbugliata
matassa dei pensieri di Maurizio per evitare di entrare
in un tunnel senza uscita anche se non riuscivo a smettere
di pensare a certe sue frasi: la forza vitale non ci
abbandona alla stessa maniera, è il destino che decide
quantità e qualità di questa forza, ognuno di noi ha
una forza vitale più o meno consistente e comunque non
misurabile che chiunque, con qualsiasi mezzo, può portarci
via. Dunque ogni tempo potrebbe avere avuto "armi" come
nel nostro è un arma la possibilità di catturare immagini?
Veramente in questa epoca visionaria l’incognita del
destino risiede nel poter uccidere un uomo – o un animale,
o anche un oggetto – con due foto ed un altro solo dopo
migliaia di scatti? Veramente ai giorni nostri ogni
fotografo, ognuno di noi – chi non ha mai scattato una
fotografia? – può essere un killer che porta inconsapevolmente
a termine il disegno del Destino?
{MUSICA}
Alla fine iella prima fase di ricordi e ripensamenti
vi fu un breve periodo in cui fui preso dallo sconforto.
Non riuscivo a trovare una linea che mi portasse alla
verità.
Camminavo per la città sulle strade percorse tante volte
con Maurizio alla ricerca di qualcosa che non riuscivo
trovare. Ero infestato da pensieri disordinati.
Un giorno mi ritrovai davanti al negozio di un fotografo.
In vetrina erano esposte decine di fotografie: ritratti,
matrimoni, convegni. Pensai alle teorie di Maurizio
e mi chiesi quanti di quegli uomini e quelle donne fossero
morti dopo quei ritratti così vitali. Questo pensiero
mi sembrò un'indicazione utile, ma non ne afferrai immediatamente
la completezza.
Stanco di girovagare, pensai di andare a casa, ma, una
volta nell’ascensore, preferii premere il pulsante del
settimo piano, quello di Maurizio, piuttosto che quello
del quinto, dove abitavo. Entrai in casa sua. Non lo
faceva nessuno da molto tempo e la polvere aveva coperto
tutto con un lieve tappeto.
Avevo pensato di andare in camera sua, ma presi tempo
per evitare il ricordo di quel giorno. Preferii dare
un’occhiata alla biblioteca e mi accorsi per la prima
volta dell'enorme quantità di libri sulla fotografia
che aveva posseduto. Ne aprii uno a caso e lessi
alcune righe. Che mi agghiacciarono:
«la macchina fotografica non stupra, e neanche possiede,
anche se può intromettersi, invadere, trasgredire, distorcere,
sfruttare e, spingendo la metafora all’estremo,
assassinare, tutte attività che, a differenza dell’atto
sessuale, possono essere svolte anche da lontano e con
un certo distacco... la macchina fotografica viene venduta
come arma predatrice, automatizzata il più possibile,
pronta a scattare...»*
Non potei fare a meno di richiamare alla mente alcuni
studi antropologici circa l’importanza della segretezza
del nome proprio presso alcune tribù afro-asiatiche.
Tra quelle
genti, conoscere il nome proprio dell'avversario significa
possederne l'anima, tenerlo in pugno, poterlo
manipolare fino a sottometterlo o costringerlo al suicidio.
L'unica via di scampo per la vittima è uccidere lo scopritore
del proprio nome prima che questo lo divulghi.
La fotografia mi parve essere la trasposizione occidentale
e moderna di quell'arma indiretta. il fotografo si apposta
non per carpire il nome della sua "vittima", ma le sue
espressioni, veri e propri segmenti dell'anima.
In questo
caso solo la vendetta avrebbe potuto difendere le vittime
dal predone - fotografo.
Con enorme sforzo (le gambe molli) entrai nella stanza
di Maurizio. La polizia aveva lasciato impilate sopra
uno scaffale le fotografie trovate attorno al cadavere.
Con un soffio tolsi la polvere che copriva la prima
e cominciai a guardarle attentamente.
C'erano
dei ritratti, e foto di gruppo. In nessuna, al momento,
riuscii a cogliere un segnale utile.
Poi,
giunto quasi alla fine del pacchetto, trovai la foto
di un uomo politico morto da alcuni mesi. Ricordai che
Maurizio lo aveva seguito a lungo per lavoro scattandogli
decine di foto. Riguardai velocemente tutte le altre
fotografie e mi resi conto che tutti i personaggi
famosi ritratti erano morti recentemente. Tutti per
attacco cardiaco o altre sindromi fulminanti.
Sudavo freddo mentre mi accasciavo su una sedia impolverata:
avevo capito quello che c'era da capire.
Il Destino aveva deciso l'ultimo giorno di Maurizio.
Lui, e la Leica, avevano portato a termine la "missione",
avevano giustiziato quella gente. Non gli era
rimasto che divenire assassino di sé stesso, e il Destino
aveva deciso che fossero proprio le sue vittime ad armargli
la mano. Scorrendo quelle fotografie, Maurizio doveva
aver sentito dentro un sentimento, per lui, probabilmente
inusuale: il rimorso. Il Maurizio - Killer aveva preso
con calma glaciale l’arma e l’aveva puntata contro il
mio amico Maurizio, che con altrettanta calma stava
aspettando il colpo.
Ancora oggi, mentre racconto ciò che ho vissuto in quel
periodo ormai piuttosto lontano, non riesco a nascondere
un brivido. Non tanto perchè in quei giorni mi sono
accorto che le folli idee di Maurizio non erano poi
tanto folli, quanto perchè da allora ho una domanda
che continua a ronzarmi nella testa, una domanda alla
quale so che non potrò mai dare risposta: quante persone
ho ucciso con la mia Nikon?...
{MUSICA}
*da
"Sulla Fotografia" di Susan Sontag - Edizioni
Einaudi, 1978
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