» IL PREDONE

di Raffaele Corte
[Racconto presentato al concorso radiofonico "UN RACCONTO PER TUTTI" RAI – RADIOTELEVISIONE ITALIANA (1978)]

il predone Questo racconto è stato presentato nel 1978 ad un concorso dell'attuale Radio1 Rai.

La caratteristica principale richiesta era che il racconto fosse strutturato in modo da poter presentare degli intermezzi musicali.

Per quanto a mia conoscenza, la programmazione di "Un Racconto per Tutti" basato sui lavori inviati dagli ascoltatori non ha mai avuto seguito

Buona lettura

» TESTO INTEGRALE

Maurizio era quel che era, ma quello che ha fatto mi ha lasciato interdetto.

Lo conoscevo molto bene e non avrei mai pensato che potesse suicidarsi. Aveva sostenuto che l’unico impulso vitale era dato dal destino e che quindi nient’altro poteva far vivere o morire: neanche un essere umano dalle indubbie doti di manipolatore di idee.

Una volta avevamo parlato del suicidio ed ero rimasto confuso e preoccupato da una sua risata e dal suo scetticismo.

 

«No,  no! Non hai capito niente! Il suicidio è un’apparenza esteriore,  la forma visibile che si percepisce della morte,  così come cambia la forma di una notizia data in televisione o attraverso la stampa. Non è niente di più!»

«Ma non dire stupidate,  dai! Qui si sta parlando di un atto compiuto da una persona contro sé stessa, ,  quindi di una scelta soggettiva. Se fosse come dici tu la chiesa non condannerebbe il suicidio!»

«La chiesa,  la chiesa!... Non sai parlare d’altro,  non sei capace di dire qualcosa di tuo,  di ragionato,  magari sbagliatissimo,  ma profondamente tuo!

La chiesa vieta tutto,  condanna tutto,  ma lo fa qui,  sulla terra. Di là,  se esiste un aldilà,  tutto può essere diverso,  e ciò che qui condanniamo,  lì può renderci felici. Siamo immersi in un monco le cui deviazioni sono minime: tutto si muove con precisione cronometrica, ed anche gli spostamenti dell’asse terrestre sono perfettamente calcolabili. Ed ecco l’Uomo che abita questo mondo: perché dovrebbe sfuggire a questi criteri di perfezione matematica?

Tutto, e ti ripeto: TUTTO, si muove a ragion veduta seguendo un destino a cui non possiamo sottrarci e che non possiamo modificare!»

I suoi discorsi mi spaventavano. La sua filosofia, a volte, rasentava la follia, ma una follia calma, lucida, e proprio per questo più convincente,  tanto che spesso non riuscivo a dargli una risposta, a controbattere teorie tanto assurde - quanto possibili - che insinuavano il tarlo del dubbio tra le mie (credevo) così cristallizzate convinzioni.

Così, vedendo il suo volto alterarsi paurosamente nell’esporre quelle idee, provavo un sentimento di terrore. Solo oggi riesco a capire che ciò che temevo non erano né lui né la sua probabile pazzia, ma me stesso e la debolezza di quelle convinzioni che rischiavano di sgretolarsi in ogni momento...

 

{MUSICA}

 

Ero stato io stesso a trovare il suo corpo, steso sopra il letto tra decine di fotografie che aveva scattato nelle più svariate occasioni. In mano aveva ancora la pistola: senza dubbio si era ucciso, quindi tutte le sue idee circa il suicidio venivano a cadere. La calma e la compostezza con cui mi apparve dimostravano inequivocabilmente che la sua era stata una scelta, quindi il destino non c'entrava proprio niente.

Quelle considerazioni mi sollevarono:le mie idee erano in salvo!

Oggi mi rendo conto di quanto fosse stupido quel mio sollievo, che già da subito suonava falso, incapace com'ero di liberarmi di un'ansia razionalmente immotivata. Sentivo che qualcosa di quella morte non riusciva a convincermi, e mi ritrovai a fare supposizioni, ad analizzare fatti. I discorsi di Maurizio, insomma, non mi erano rimasti del tutto estranei e mantenevano vivo in me il desiderio di andare al fondo dell’accaduto.

Mi meravigliai, ad esempio, della scarsa importanza attribuita in principio alle fotografie sparse sul letto. Poi notai che in un suicidio così ”classico” mancavano le solite due righe di addio.

Ma ciò che mi colpì di più fu una parte di quella specie di battibecco sul suicidio che mi tornò improvvisamente alla memoria:

 

«Quello che dovresti cercare di capire è che si muore di pistola, di gas,  di veleno, non di suicidio.

Quelli che tu chiami ”suicidi” sono solo i corpi delle vittime: il fatto che al tempo stesso siano anche i killer non ha nessuna importanza. All’occorrenza ognuno di noi può uccidere qualcuno per una necessità o per un ordine. Spesso “qualcosa” ci ordina di uccidere una

persona: ciò che ti scandalizza è che la persona da uccidere possa essere la stessa che uccide. Così la Chiesa (di cui sei devoto figlio) condanna l’assassino e celebra lamentosi funerali per la vittima nel caso di un omicidio, mentre condanna sia l'assassino che la vittima nel caso di un suicidio!»

 

Non riuscivo a chiarire a me stesso se accettare l’accaduto così come mi si era presentato, oppure andare al fondo dei suoi pensieri nel tentativo di capire cosa fosse quel “qualcosa” che aveva armato la mano del killer Maurizio per uccidere il mio amico Maurizio.

Poi pensai che tutta la sua vita era stata un testamento spirituale e che le mie convinzioni, duramente provate dai colpi delle sue, avrebbero dovuto crollare definitivamente o rinsaldarsi.

La curiosità fece il resto e decisi di capire...

 

{MUSICA}

 

Il lavoro di ricerca della verità cominciò con lunghe giornate passate a pensare,  meditare, analizzare ogni discorso di Maurizio che potessi ricordare.

In tutti trovavo il filo rosso di una eterea follia, ma più andavo avanti con i ricordi, più mi rendevo conto che quella follia era un innalzarsi al di sopra delle parti, un tentativo di non farsi intrappolare in forme imbriglianti di pensiero e di vita. Mi accorgevo,  insomma,  di quanta saggezza ci fosse nella sua pazzia e di quanto essa non fosse niente a confronto delle nevrosi mia e dei nostri amici.

Nel palazzo in cui abitavamo, Maurizio era conosciuto come ”il Matto” e questa definizione paesana lo rendeva felice, amante come era delle cose semplici e d'altri tempi. Aveva costretto gli altri abitanti del palazzo ad esprimere una parte del loro "essere antico" e questo lo faceva impazzire di soddisfazione.

La sua “follia” gli dava una grande fantasia e una immensa forza di pensiero. Era capace di stare immobile per ore semplicemente a pensare, così come poteva passare lunghi periodi della giornata a battere chiodi e imbiancare pareti. In passato aveva fatto molte cose, ma nessuna riusciva ad appassionarlo abbastanza da spingerlo a una scelta definitiva: doveva dare sfogo alla sua fantasia, cogliere l'attimo!

La sua vita cambiò che ancora frequentavamo l'università.

Era Natale, e il padre,  per regalo, gli comprò un apparecchio fotografico. Rimase a guardarlo per settimane, a studiarlo nei minimi particolari, come se volesse creare un rapporto di complicità sé e la macchina.

Quando un giorno, finalmente, lo vedemmo uscire con la Leica a tracolla, eravamo certi che fosse in grado di usarla alla perfezione. E fu così. O anche meglio!

Scattò le prime foto ad una ragazza che non se ne spiegava il motivo eppure lo amava.

Noi, i suoi amici, e lei aspettammo la stampa di quelle immagini come un padre aspetta davanti la sala parto: e finalmente le vedemmo.

Eccezionali, ai limiti della perfezione, ma notammo una smorfia di preoccupazione sul volto di Maurizio. Lo conoscevamo abbastanza per sapere che se avesse voluto dirci qualcosa l'avrebbe fatto. Non lo fece, e quel silenzio era per noi un invito a non fare domande. Ma io, che lo conoscevo bene, avevo già capito che nella sua mente si erano messi in moto nuovi pensieri su quella nuova e definitiva scoperta. Sicuramente aveva incominciato a teorizzare e filosofeggiare sulla fotografia e sui suoi significati, cosa che al momento mi preoccupò abbastanza anche se la preoccupazione fu di breve durata in quanto, nel giro di pochi giorni, tutto tornò alla – diciamo – normalità.

Maurizio aveva ripreso ad uscire con noi e con quella ragazza, era tornato alle assemblee, alle manifestazioni. La differenza, adesso era la presenza costante della macchina fotografica...

 

{MUSICA}

 

I suoi interessi fotografici si spostarono dalla ragazza alla natura, poi alle stranezze della città, poi ai colori, per giungere finalmente all'ultimo e definitivo suo interesse: l'attualità.

Non gli importava fotografare gente ricca o povera, famosa o anonima,  purché le fotografie potessero documentare i fatti della vita in città.

La fotografia costa e presto dovette cominciare a fare i conti con la necessità di denaro.

Entrò in collisione con la propria etica, con le proprie convinzioni e decise a malincuore di inviare alcune sue fotografie ai giornali. Naturalmente divenne presto famoso, ma mai ricco: gran parte dei soldi che guadagnava erano destinati a sostenere il suo partito, uno di quei gruppi politici tanto piccoli quanto affamati di denaro. Questa era una delle sue uniche spese e a noi pareva fosse un modo per dare pulizia a denaro che, ottenuto vendendo Arte, doveva sembrargli lercio.

Per il resto non era cambiato niente, o quasi. La notorietà non lo aveva minimamente intaccato né per comportamenti, né per idee. Passava, però, contrariamente a quanto succedeva prima, da momenti di euforia a momenti di abbattimento nei quali,  senza dubbio, sviluppava le sue filosofie.

Dovette venire il giorno in cui volle mettermi al corrente dei suoi pensieri...

 

{MUSICA}

 

«Hai mai provato a chiederti quale sia la differenza tra la vita e la morte?»

«lo ho sempre creduto nell’anima...»

«Ci risiamo: non riesci a liberarti di idee e frasi fatte. Sei stato ”costruito” proprio bene!... A meno che tu non dia un significato particolare alla parola anima

«No… non credo di poter offrire molto più di quello che fa la Chiesa... mi dispiace!»

«Guarda che non devi dispiacerti per me, ma solo per te! Ti rendi conto di essere schiavo di idee costruite secoli fa per fregare la gente? Cerca di usare il tuo cervello per una volta!»

«Beh, devo dire che in genere in queste cose mi aiuti molto: se vuoi puoi provarci ancora!»

«È chiaro che la differenza tra lo stato di vita e quello di morte risiede nel possesso o meno di una forza vitale che dura il tempo ad essa assegnato da un qualcosa che potremmo definire”destino”. La cosa più importante è capire che la forza vitale non ci abbandona sempre alla stessa maniera. Il morire di malattia o di revolver non cambia il fatto, quindi esiste una connessione strettissima tra il corpo e questa forza. Le due entità non possono essere separate, fatto sta che, dopo la morte, anche il corpo tende a dissolversi.»

«Molto affascinante, ma dove vuoi arrivare?»

«Voglio arrivare a farti una domanda alla quale certamente non saprai rispondere: come si presenta l’anima?»

«Ma è indescrivibile! Eterea, impalpabile: come puoi pretendere che io sappia dartene una descrizione?»

«È molto meno difficile di quanto pensi! Immagina un negativo fotografico!

Proprio perchè è un negativo bisogna ammettere che non è il soggetto,  ma il suo esatto contrario. Al tempo stesso, sapendo che in stampa potrai trarne una figura simile all’originale, non potrai negare che quel negativo rappresenti il soggetto: dunque è lui, ma non è lui. O meglio, è la sua rappresentazione in termini immaginari, la sua ombra. Insomma: quel negativo è la rappresentazione dell’anima del soggetto!»

 

Rimasi allibito di fronte a quelle parole e mi imposi di controbattere:

 

«Senti Maurizio, questa volta hai veramente superato te stesso! La tua fantasia si è sfogata senza trovare limiti, ma non è possibile che tu creda veramente di appropriarti dell'anima di chi fotografi. Innanzitutto morirebbero ad ogni tuo "click", e poi fotografi anche degli oggetti e…»

«D'accordo, so già benissimo quello che devi dire: gli oggetti non hanno anima! Ma che ne sai? Inoltre ricorda che il mio concetto di anima è molto diverso dal tuo: la chiesa nega l’anima alle bestie, eppure queste vivono, muoiono: hanno forza vitale e ad un tratto la perdono. Dal mio punto di vista ho mille ragioni… Però devo dire che, in parte, ne hai anche tu…»

«Alleluia! e dimmi, dov’è che mostro tanta arguzia?»

«Nel parlare di appropriazione dell’anima. Sbagli dal punto di vista quantitativo, ma il concetto è quello. È vero che sulla pellicola resta la raffigurazione dell’anima del soggetto, ma solo una parte: minima rispetto all’insieme dell’energia vitale di un uomo!»

«Quindi, secondo te, ogni fotografia è una “ferita” all’anima del soggetto!»

«Già! Ed il problema è proprio qui... Ti rendi conto di quanto la fotografia possa essere pericolosa? Ciò che non conosciamo è il limite massimo di scatti che possiamo indirizzare ad una persona senza che questa ne muoia!»

 

Nascosi con una risata ed una manata sulla spalla del mio amico un certo moto di ansia che mi aveva preso, ma che durò un istante, il tempo di rendermi conto che uomini e animali, da sempre, sono nati e morti: anche prima dell'invenzione della fotografia!

Evitai di opporre questo nuovo argomento alla già ingarbugliata matassa dei pensieri di Maurizio per evitare di entrare in un tunnel senza uscita anche se non riuscivo a smettere di pensare a certe sue frasi: la forza vitale non ci abbandona alla stessa maniera, è il destino che decide quantità e qualità di questa forza, ognuno di noi ha una forza vitale più o meno consistente e comunque non misurabile che chiunque, con qualsiasi mezzo, può portarci via. Dunque ogni tempo potrebbe avere avuto "armi" come nel nostro è un arma la possibilità di catturare immagini? Veramente in questa epoca visionaria l’incognita del destino risiede nel poter uccidere un uomo – o un animale, o anche un oggetto – con due foto ed un altro solo dopo migliaia di scatti? Veramente ai giorni nostri ogni fotografo, ognuno di noi – chi non ha mai scattato una fotografia? – può essere un killer che porta inconsapevolmente a termine il disegno del Destino?

 

{MUSICA}

 

Alla fine iella prima fase di ricordi e ripensamenti vi fu un breve periodo in cui fui preso dallo sconforto. Non riuscivo a trovare una linea che mi portasse alla verità.

Camminavo per la città sulle strade percorse tante volte con Maurizio alla ricerca di qualcosa che non riuscivo trovare. Ero infestato da pensieri disordinati.

Un giorno mi ritrovai davanti al negozio di un fotografo. In vetrina erano esposte decine di fotografie: ritratti, matrimoni, convegni. Pensai alle teorie di Maurizio e mi chiesi quanti di quegli uomini e quelle donne fossero morti dopo quei ritratti così vitali. Questo pensiero mi sembrò un'indicazione utile, ma non ne afferrai immediatamente la completezza.

Stanco di girovagare, pensai di andare a casa, ma, una volta nell’ascensore, preferii premere il pulsante del settimo piano, quello di Maurizio, piuttosto che quello del quinto, dove abitavo. Entrai in casa sua. Non lo faceva nessuno da molto tempo e la polvere aveva coperto tutto con un lieve tappeto.

Avevo pensato di andare in camera sua, ma presi tempo per evitare il ricordo di quel giorno. Preferii dare un’occhiata alla biblioteca e mi accorsi per la prima volta dell'enorme quantità di libri sulla fotografia che aveva posseduto. Ne aprii uno a caso e lessi alcune righe. Che mi agghiacciarono:

 

«la macchina fotografica non stupra, e neanche possiede, anche se può intromettersi, invadere, trasgredire, distorcere,  sfruttare e,  spingendo la metafora all’estremo, assassinare, tutte attività che, a differenza dell’atto sessuale, possono essere svolte anche da lontano e con un certo distacco... la macchina fotografica viene venduta come arma predatrice, automatizzata il più possibile, pronta a scattare...»*

 

Non potei fare a meno di richiamare alla mente alcuni studi antropologici circa l’importanza della segretezza del nome proprio presso alcune tribù afro-asiatiche.

Tra quelle genti, conoscere il nome proprio dell'avversario significa possederne l'anima,  tenerlo in pugno, poterlo manipolare fino a sottometterlo o costringerlo al suicidio. L'unica via di scampo per la vittima è uccidere lo scopritore del proprio nome prima che questo lo divulghi.

La fotografia mi parve essere la trasposizione occidentale e moderna di quell'arma indiretta. il fotografo si apposta non per carpire il nome della sua "vittima", ma le sue espressioni, veri e propri segmenti dell'anima.

In questo caso solo la vendetta avrebbe potuto difendere le vittime dal predone - fotografo.

Con enorme sforzo (le gambe molli) entrai nella stanza di Maurizio. La polizia aveva lasciato impilate sopra uno scaffale le fotografie trovate attorno al cadavere. Con un soffio tolsi la polvere che copriva la prima e cominciai a guardarle attentamente.

C'erano dei ritratti, e foto di gruppo. In nessuna, al momento, riuscii a cogliere un segnale utile.

Poi, giunto quasi alla fine del pacchetto, trovai la foto di un uomo politico morto da alcuni mesi. Ricordai che Maurizio lo aveva seguito a lungo per lavoro scattandogli decine di foto. Riguardai velocemente tutte le altre fotografie  e mi resi conto che tutti i personaggi famosi ritratti erano morti recentemente. Tutti per attacco cardiaco o altre sindromi fulminanti.

Sudavo freddo mentre mi accasciavo su una sedia impolverata: avevo capito quello che c'era da capire.

Il Destino aveva deciso l'ultimo giorno di Maurizio. Lui, e la Leica, avevano portato a termine la "missione", avevano giustiziato quella gente. Non gli era rimasto che divenire assassino di sé stesso, e il Destino aveva deciso che fossero proprio le sue vittime ad armargli la mano. Scorrendo quelle fotografie, Maurizio doveva aver sentito dentro un sentimento, per lui, probabilmente inusuale: il rimorso. Il Maurizio - Killer aveva preso con calma glaciale l’arma e l’aveva puntata contro il mio amico Maurizio, che con altrettanta calma stava aspettando il colpo.

 

Ancora oggi, mentre racconto ciò che ho vissuto in quel periodo ormai piuttosto lontano, non riesco a nascondere un brivido. Non tanto perchè in quei giorni mi sono accorto che le folli idee di Maurizio non erano poi tanto folli, quanto perchè da allora ho una domanda che continua a ronzarmi nella testa, una domanda alla quale so che non potrò mai dare risposta: quante persone ho ucciso con la mia Nikon?...

 

{MUSICA}


 *da "Sulla Fotografia" di Susan Sontag - Edizioni Einaudi, 1978

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