»...E LE NOSTRE DIFFICILI SCELTE

di Raffaele Corte [Pubblicato su "Proposta Educativa" del 18 novembre 1978]

difficili scelte

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista dell'Agesci destinata agli educatori scout nel 1978.
Naturalmente, molta acqua è passata sotto i ponti e molti riferimenti - nomi e fatti - saranno oggi, ai più, del tutto indecifrabili.
Resta, nel complesso, la sensazione che il progresso e lo sviluppo degli ultimi trent'anni, in definitiva, non siano stati in grado di modificare né gli atteggiamenti, né le situazioni.

Buona lettura!

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L’estate lotta ormai all’ultimo sangue con un autunno che ha sempre di più una sua ragion d’essere. Ormai le nostre attività principali diventano nuovamente quelle lavorative e sui nostri tavoli tornano, aperti, i libri dei prossimi esami Per il 1978 abbiamo definitivamente lasciato da parte i giochi di corrente che generalmente studiamo con perizia leonardesca al fine di rinfrescare case e cervelli. E’ inutile negare che in questa attività « vitale » ci siamo, questa volta, lasciati influenzare dagli altrettanto complicati giochi di corrente per l’elezione dei nostri capi: quello dello Stato e quello della Chiesa. Benissimo! Tutti soddisfatti. Ma apri un po’ quella finestra!.. Come se la finestra, in definitiva, fosse più importante. E forse lo è, dato che anche gli insoddisfatti, i giochi di corrente se li fanno. E legando- mi a questa schiera apro anche la porta...

Così, tra sbalzi di temperatura ed influenze stagionali, mi ritrovo in questo novello autunno a scrivere a getto dei miei pensieri, un po’ ammaccato da una estate che mi è passata sopra senza neanche chiedere di scansarmi. Le idee divengono segno e loro vittime saranno altri Capi dell’Associazione. Togliermi gli occhiali mi aiuta a non vedere ciò che ho intorno, a isolarmi in me stesso e ritrovarmi tra la rete di messaggi che arrivano e partono senza posa. Sì, perché diviene ogni giorno più difficile parlare, comunicare, crescere e, in definitiva, vivere in una società lacerata da opposti sistemi di vita, spesso conviventi in una stessa persona. E questo conflitto di ruoli ci tocca per il nostro essere persone, esseri umani che hanno preferito non crearsi isole felici, anche se molte volte ne siamo tentati: inquietudine senza limiti!

Molte volte abbiamo scavalcato i nostri sogni coprendoli di «scelte»: la scelta associativa, quella politica, quella cristiana, o quella educativa, o quella di intervento sociale, o forse la scelta di una facoltà universitaria piuttosto che di un’altra. E poi la scelta sessuale, e le scelte affettive: amare Letizia piuttosto che Amanda Lear o Mario piuttosto che John Travolta. Ma possono essere così facili le nostre scelte? È facile essere noi stessi oggi e riuscire a mantenere la nostra identità non dico tra un mese, ma addirittura domani?

La nostra inquietudine rischia di farsi schizofrenia. Il nostro impegno può derivare dalla ricerca di un ruolo, dal tentativo di affermarci, dalla speranza di contare qualcosa in un mondo disumanizzante in cui spesso mettersi dalla parte degli emarginati può voler dire « emergere » in qualche modo dalla massa di un popolo senza aspirazioni, teso alla tredicesima e al passaggio di grado.

Non ci vuole molto, allora, a trovare i miei compagni di liceo all’angolo di un giardino con lo spinello, o dietro una scrivania ministeriale, senza più alcuna voglia di lottare e cambiare, ma, quel che è peggio, prendendo lo spinello e la penna alla stessa maniera, come se fuggire dalla realtà fosse riuscire a vivere meglio.

Le nostre scelte sono difficili anche perché spesso non sono scelte, ma imposizioni sociali. «Impegnarsi » diviene ogni giorno di più pura moda: purtroppo nessuno si prende la briga di istituzionalizzare lo stereotipo dell’impegno, per cui sparare o vivere di misticismo sono entrambi degli « impegni ». Il mio vivere nel mondo dei sogni mi ha ancorato ad un ‘68 pieno di illusioni, dove lo studente doveva necessariamente affiancarsi al proletariato; il tempo degli Unni, come dice Gaber. Unni perché gli studenti avevano la forza, la volontà e le ragioni per lanciare uova marce contro le pellicce delle signore che partecipavano alla « prima » della Scala. Unni perché avevano la creatività e la forza dell’immaginazione contro la misera realtà delle camionette che potevano essere cancellate con una risata. Oggi tutto è molto, troppo diverso, e certe volte mi sento veramente scippato della mia giovinezza.

Abbiamo perso la voglia di identificarci nell’oppresso: oggi ci accontentiamo di stargli «al fianco», come se dire « dai, forza che ce la fai! » serva veramente a qualcosa. La violenza si è fatta disperata e cieca, pericolosa. Da una scrivania sono qui a scrivere messaggi da affidare alle Poste. La delega prende il posto dell’azione, la lettera quella del « tatze-bao », la sedia da ufficio quello degli scalini dei liceo o dell’Università.

E se stai con una ragazza (ma il discorso vale anche per loro) ti viene sempre da pensare che non l’hai scelta tu: così « bene », così fuori dalla realtà, così contraddittoria, lacerata tra voglia di vivere e necessità di sopravvivere, tra contare qualcosa e stare nell’ombra, tra la voglia di essere se stessa ma alla moda, o di essere proletaria ma senza che nulla manchi: né il vestito né il viaggio all’estero.

E quando la tua compagna ti vuole lasciare non trovi le parole adatte perché senti che è al tempo stesso ciò che più odi e ciò che più ami, perché sei cosciente del fatto che la perfezione, la donna dei tuoi sogni, la Fata Turchina (o il Principe Azzurro, fate voi!) esistono solo nel mondo di chi hai scelto di educare.

Quindi scegliere è sempre più difficile! Lo è perché ogni scelta non riguarda solo te, non è solo tua, e se sbagli rischi di coinvolgere nelle, tue crisi anche chi ti circonda, ma questo non te lo puoi permettere!

La Comunità Capi ti vuole sempre presente e attivo, perché il Gruppo non può aspettare che tu risolva i tuoi problemi. Così il partito o il collettivo. E guai a non sorridere ai tuoi lupetti! Giorno dopo giorno ti senti sempre meno te stesso, sempre più svuotato dagli entusiasmi e sempre più in crisi: una bomba innescata! Hai bisogno di un’apertura e comincia la ricerca degli amici (quelli veri!), delle attività, degli affetti. Nessuno di noi è «arrivato», nel senso che si è uomini e donne proprio perché si cresce in continuazione, incessantemente, e nessuno deve fermarsi: del resto non potrebbe!

Il nostro tempo, la città, una sola parola di un uomo famoso, non ci con- cedono più una vita indolore. Un articolo di giornale, un servizio alla radio, il venditore ambulante di patate, una zanzara, possono innescare meccanismi insospettabili e trasformare ogni persona in un terribile mostro. Siamo socialmente indifesi e molti rispondono alla insicurezza con la violenza o con la sottomissione. Il nostro compito, oggi, è trovare la via di mezzo: altre scelte ci attendono al varco.

Vorrei che queste scelte siano «nostre», come spero sia stata «mia» la scelta di socializzare questi miei pensieri...

Così, come svuotato di un peso, prendo i miei occhiali con gesti lenti, misurati, come quelli di un pescatore che si accende la pipa e lentamente ne aspira fumo e aroma... Che ci sarà dietro le lenti?

Nell’ordine: 1) un telefono; 2) una lampada da tavolo; 3) un portacenere; 4) un portapenne; .5) la mia macchina da scrivere... Ma allora la vita è semplice. Se è tutto questo! ... Troppo tardi mi rendo conto di essermi messo gli occhiali di mio padre: oltre la finestra c’è la strada: tre omicidi, dodici cortei, centinaia di celerini, al cinema fanno «Ti riduco in quarantaquattro striscioline di carne sanguinolenta, sporca carogna!», e si sente il pianto di un bambino proveniente dal palazzo di fronte. E mentre inforco i miei occhiali la realtà si fa totale e in essa mi assale un dubbio che mi avvolge e si insinua nella mente: e se il personale non fosse più politico?

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