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» ...E LE NOSTRE
DIFFICILI SCELTE
L’estate lotta ormai all’ultimo sangue con un
autunno che ha sempre di più una sua ragion d’essere.
Ormai le nostre attività principali diventano nuovamente
quelle lavorative e sui nostri tavoli tornano, aperti,
i libri dei prossimi esami Per il 1978 abbiamo definitivamente
lasciato da parte i giochi di corrente che generalmente
studiamo con perizia leonardesca al fine di rinfrescare
case e cervelli. E’ inutile negare che in questa
attività « vitale » ci siamo, questa volta, lasciati
influenzare dagli altrettanto complicati giochi
di corrente per l’elezione dei nostri capi: quello
dello Stato e quello della Chiesa. Benissimo! Tutti
soddisfatti. Ma apri un po’ quella finestra!.. Come
se la finestra, in definitiva, fosse più importante.
E forse lo è, dato che anche gli insoddisfatti,
i giochi di corrente se li fanno. E legando- mi
a questa schiera apro anche la porta...
Così, tra sbalzi di temperatura ed influenze
stagionali, mi ritrovo in questo novello autunno
a scrivere a getto dei miei pensieri, un po’ ammaccato
da una estate che mi è passata sopra senza neanche
chiedere di scansarmi. Le idee divengono segno e
loro vittime saranno altri Capi dell’Associazione.
Togliermi gli occhiali mi aiuta a non vedere ciò
che ho intorno, a isolarmi in me stesso e ritrovarmi
tra la rete di messaggi che arrivano e partono senza
posa. Sì, perché diviene ogni giorno più difficile
parlare, comunicare, crescere e, in definitiva,
vivere in una società lacerata da opposti sistemi
di vita, spesso conviventi in una stessa persona.
E questo conflitto di ruoli ci tocca per il nostro
essere persone, esseri umani che hanno preferito
non crearsi isole felici, anche se molte volte ne
siamo tentati: inquietudine senza limiti!
Molte volte abbiamo scavalcato i nostri sogni
coprendoli di «scelte»: la scelta associativa, quella
politica, quella cristiana, o quella educativa,
o quella di intervento sociale, o forse la scelta
di una facoltà universitaria piuttosto che di un’altra.
E poi la scelta sessuale, e le scelte affettive:
amare Letizia piuttosto che Amanda Lear o Mario
piuttosto che John Travolta. Ma possono essere così
facili le nostre scelte? È facile essere noi stessi
oggi e riuscire a mantenere la nostra identità non
dico tra un mese, ma addirittura domani?
La nostra inquietudine rischia di farsi schizofrenia.
Il nostro impegno può derivare dalla ricerca di
un ruolo, dal tentativo di affermarci, dalla speranza
di contare qualcosa in un mondo disumanizzante in
cui spesso mettersi dalla parte degli emarginati
può voler dire « emergere » in qualche modo dalla
massa di un popolo senza aspirazioni, teso alla
tredicesima e al passaggio di grado.
Non ci vuole molto, allora, a trovare i miei
compagni di liceo all’angolo di un giardino con
lo spinello, o dietro una scrivania ministeriale,
senza più alcuna voglia di lottare e cambiare, ma,
quel che è peggio, prendendo lo spinello e la penna
alla stessa maniera, come se fuggire dalla realtà
fosse riuscire a vivere meglio.
Le nostre scelte sono difficili anche perché
spesso non sono scelte, ma imposizioni sociali.
«Impegnarsi » diviene ogni giorno di più pura moda:
purtroppo nessuno si prende la briga di istituzionalizzare
lo stereotipo dell’impegno, per cui sparare o vivere
di misticismo sono entrambi degli « impegni ». Il
mio vivere nel mondo dei sogni mi ha ancorato ad
un ‘68 pieno di illusioni, dove lo studente doveva
necessariamente affiancarsi al proletariato; il
tempo degli Unni, come dice Gaber. Unni perché gli
studenti avevano la forza, la volontà e le ragioni
per lanciare uova marce contro le pellicce delle
signore che partecipavano alla « prima » della Scala.
Unni perché avevano la creatività e la forza dell’immaginazione
contro la misera realtà delle camionette che potevano
essere cancellate con una risata. Oggi tutto è molto,
troppo diverso, e certe volte mi sento veramente
scippato della mia giovinezza.
Abbiamo perso la voglia di identificarci nell’oppresso:
oggi ci accontentiamo di stargli «al fianco», come
se dire « dai, forza che ce la fai! » serva veramente
a qualcosa. La violenza si è fatta disperata e cieca,
pericolosa. Da una scrivania sono qui a scrivere
messaggi da affidare alle Poste. La delega prende
il posto dell’azione, la lettera quella del « tatze-bao
», la sedia da ufficio quello degli scalini dei
liceo o dell’Università.
E se stai con una ragazza (ma il discorso vale
anche per loro) ti viene sempre da pensare che non
l’hai scelta tu: così « bene », così fuori dalla
realtà, così contraddittoria, lacerata tra voglia
di vivere e necessità di sopravvivere, tra contare
qualcosa e stare nell’ombra, tra la voglia di essere
se stessa ma alla moda, o di essere proletaria ma
senza che nulla manchi: né il vestito né il viaggio
all’estero.
E quando la tua compagna ti vuole lasciare non
trovi le parole adatte perché senti che è al tempo
stesso ciò che più odi e ciò che più ami, perché
sei cosciente del fatto che la perfezione, la donna
dei tuoi sogni, la Fata Turchina (o il Principe
Azzurro, fate voi!) esistono solo nel mondo di chi
hai scelto di educare.
Quindi scegliere è sempre più difficile! Lo è
perché ogni scelta non riguarda solo te, non è solo
tua, e se sbagli rischi di coinvolgere nelle, tue
crisi anche chi ti circonda, ma questo non te lo
puoi permettere!
La Comunità Capi ti vuole sempre presente e attivo,
perché il Gruppo non può aspettare che tu risolva
i tuoi problemi. Così il partito o il collettivo.
E guai a non sorridere ai tuoi lupetti! Giorno dopo
giorno ti senti sempre meno te stesso, sempre più
svuotato dagli entusiasmi e sempre più in crisi:
una bomba innescata! Hai bisogno di un’apertura
e comincia la ricerca degli amici (quelli veri!),
delle attività, degli affetti. Nessuno di noi è
«arrivato», nel senso che si è uomini e donne proprio
perché si cresce in continuazione, incessantemente,
e nessuno deve fermarsi: del resto non potrebbe!
Il nostro tempo, la città, una sola parola di
un uomo famoso, non ci con- cedono più una vita
indolore. Un articolo di giornale, un servizio alla
radio, il venditore ambulante di patate, una zanzara,
possono innescare meccanismi insospettabili e trasformare
ogni persona in un terribile mostro. Siamo socialmente
indifesi e molti rispondono alla insicurezza con
la violenza o con la sottomissione. Il nostro compito,
oggi, è trovare la via di mezzo: altre scelte ci
attendono al varco.
Vorrei che queste scelte siano «nostre», come
spero sia stata «mia» la scelta di socializzare
questi miei pensieri...
Così, come svuotato di un peso, prendo i miei
occhiali con gesti lenti, misurati, come quelli
di un pescatore che si accende la pipa e lentamente
ne aspira fumo e aroma... Che ci sarà dietro le
lenti?
Nell’ordine: 1) un
telefono; 2) una lampada da tavolo; 3) un portacenere;
4) un portapenne; .5) la mia macchina da scrivere...
Ma allora la vita è semplice. Se è tutto questo!
... Troppo tardi mi rendo conto di essermi messo
gli occhiali di mio padre: oltre la finestra c’è
la strada: tre omicidi, dodici cortei, centinaia
di celerini, al cinema fanno «Ti riduco in quarantaquattro
striscioline di carne sanguinolenta, sporca carogna!»,
e si sente il pianto di un bambino proveniente dal
palazzo di fronte. E mentre inforco i miei occhiali
la realtà si fa totale e in essa mi assale un dubbio
che mi avvolge e si insinua nella mente: e se il
personale non fosse più politico?
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