|
» LASSÙ, IN CIMA ALLE MONTAGNE
Quel giorno provavo uno strano senso di solitudine.
Neanche il mio amico riusciva tenermi quel po' di compagnia
che in genere gli chiedevo. Forse avrei fatto meglio
non portarlo con me!
Il vento mi accarezzava docile, lasciandosi andare
a momenti di impietosita. Talvolta mi pareva cattivo,
ma forse era solo severo, come un padre che spinge ad
agire con vigore perché la vita non prenda il sopravvento,
quasi essa non dovesse essere vissuta, ma piuttosto
combattuta...
Sì, quel vento sembrava mio padre, amico o nemico
a seconda del momento, della situazione, degli umori:
il mio Grillo Parlante.
Mio padre sapeva tutto della vita. Di lei aveva conosciuto
tutto quello che un uomo deve conoscere: l'amore, il
lavoro, i giorni di festa vestiti bene e perfino la
guerra: terribile, crudele, sanguinosa, ma anche dolce,
come nei momenti in cui la calma concedeva una corsa
per i prati o un bicchiere di vino con gli amici. Atti
eccezionalmente belli perché quasi proibiti da pochi,
folli e potenti, intenti ad odiarsi.
Mio padre, dunque, sapeva tutto della vita. Conosceva,
in particolare, i trucchi per combatterla, per metterla
alle corde. Una sola cosa non era mai stato in grado
di imparare: a viverla...
{MUSICA}
Il vento aveva portato nubi basse che in breve impedirono
di vedere lo splendido panorama goduto fino a poco prima.
Mi parve, in quel momento, di essere ancora più solo.
Il mio amico, l'unico che meritasse di seguirmi,
si era coperto di centinaia di minuscole goccioline
d'acqua provenienti dalle nubi che ci avvolgevano.
"Mi dispiace!" Gli dissi quasi per gentilezza, ma
non era la verità. Anzi, ero contento che fosse lì con
me e in alcuni momenti pensavo che la mia forza fosse
riposta completamente in lui, come se quel mio flauto
fosse uno dei trucchi che mio padre aveva tentato di
insegnarmi per sconfiggere i mali della vita.
Il suo suono, la sua forma, il suo colore, il materiale
stesso con cui era stato costruito, in fondo, mi aiutavano
a superare le montagne, a non sentir freddo, fame e
solitudine. Del resto era lì per quello: nessuno dei
miei amici in carne ed ossa avrebbe potuto darmi tanto
in una volta sola.
Ma quel giorno la solitudine si era fatta feroce.
"Soffia più forte, vento!"
Gridai d'un tratto, ed era una preghiera affinché
portasse lontano quelle nuvole che nascondevano il sole.
Niente da fare!: una brezza leggera mi accarezzava!
Non ne fui contento, perché dietro quella carezza c'erano
migliaia di fastidiose goccioline d'acqua che si condensavano
sulla mia barba e sul mio flauto. E il pensiero di mio
padre!
Parlavamo poco io e lui: lo conoscevo per il suo
lavoro, per quello che raccontava mia madre, per i suoi
passatempi...
Dipingeva, e costruiva le cornici che avrebbero cinto
i suoi quadri. Era abile in tutto: preciso, meticoloso
fino all'ossessione, ma privo di quel po' di fantasia
che ne verrebbe fatto un uomo "intero". Perfino i suoi
quadri non erano frutto di fantasia, ma di un continuo,
formichesco lavoro di ricerca, unione, rifacimento,
ingrandimento, adattamento di mille figure raccolte
qua e là. I suoi cassetti rappresentavano altrettanti
incubi, pieni com'erano di uomini, donne, bambini, alberi,
case, montagne, strade, messi alla rinfusa in atteggiamenti
e posizioni fuori dall'usuale: un falegname sopra una
casa col tetto pieno di neve e una donna in groppa a
un cane, oppure un bambino seduto su un bel fuoco ed
un cacciatore appollaiato su un albero.
Al minimo spostamento tutto questo mondo si capovolgeva,
prendeva nuove forme, e le situazioni inquietanti di
poco prima si tramutavano in rappresentazioni di un
onirismo più classico: bambini danzanti, cani e gatti
presi dalle loro lotte millenarie, cacciatori in attesa
di una preda, uccelli, assolutamente sconosciuti ad
ogni ornitologo, svolazzanti di fronte ad un sole dei
colori talmente irreali da rendersi eccezionalmente
invitante.
Ero particolarmente affascinato dalle multiformi
attività che si svolgevano in quei cassetti, anche perché
molte di esse, in quella situazione caleidoscopica,
mi ricordavano me stesso, il mio saper fare tutto e
niente, il mio interesse per il mondo intero e l'incapacità
di concentrarmi su un "unicum" che magari mi avrebbe
aiutato nella vita, o perlomeno avrebbe permesso di
allontanarmi dalla famiglia e mantenermi. Insomma non
riuscivo ad accontentare mio padre, a far fronte alla
vita, a fare in modo che essa non mi uccidesse...
{MUSICA}
Il panorama riapparve all'improvviso, mi ritrovai
nuovamente circondato dal verde e dalle rocce, e mi
sorpresi con un lieve sorriso sulle labbra nel vedere
i rari arbusti sopravvissuti all'altitudine e al terreno
infelice.
Meravigliato dal mio ritrovato buonumore, pensai
che esso dovesse dipendere fortemente da quella luce
e da quel calore così penetranti da invadere tutto il
corpo. Nel calore e nella luce ritrovavo, ogni volta,
la voglia e la forza di continuare. Dimenticavo le difficoltà
e le ragioni che mi avevano spinto ad affrontarle.
Uscire dalla nebbia e percorrere un viottolo scoprendo
dietro ogni costone di roccia un panorama diverso era
come capire a fondo la realtà e se il desiderio di comprendere
la realtà era stata una delle ragioni che mi avevano
spinto a lasciare la città, la famiglia e gli amici,
non potevo non sentirmi sereno.
Le città mi aveva stancato, me la sentivo stretta
come un vecchio cappotto che mia madre si ostinava farmi
indossare ripetendomi ogni volta che solo con il risparmio
avremmo potuto difendere le nostre finanze. Ero del
tutto d'accordo. Solo non riuscivo a capire perché si
dovesse risparmiare su cose che mi erano necessarie
mentre spesso si spendevano soldi in luccicanti attrazioni
da fiera svendute da supermercati e grandi magazzini.
A pensarci bene, poi, le nostre finanze non erano
così malandate da dovermi costringere in un cappotto
stretto e brutto. Direi piuttosto che la mia famiglia
è sempre stata influenzata dall'uso, tipicamente occidentale,
di acquistare il minimo indispensabile di ciò che è
utile, per poi sfogarsi in compere frenetiche di inutilità.
Ho sempre odiato questo modo di fare, e ciò faceva
sì che qui cappotto mi stringesse sempre di più, fino
a soffocarmi. Allora preferivo uscire con un maglione
e gironzolare per le vie illuminate fermandomi, spesso
senza rendermene conto, davanti a vetrine piene di cappotti
di ogni misura e foggia. Naturalmente mi ammalavo, ma
nel letto delle mie influenze mi sentivo rivalutato,
circondato com'ero dall'effetto materno.
Se per mio padre i malanni che accusavo facevano
parte dei mille diabolici metodi che, a suo giudizio,
usavo per eludere il lavoro e lo studio, per mia madre
erano un modo di rinascere sottraendosi alla routine
delle pulizie domestiche e della spesa quotidiana. Certe
volte mi veniva perfino da pensare che non mi si volesse
comperare un cappotto nuovo proprio per farmi ammalare,
come se io potessi essere, per mia madre, ciò che quadri
e cornici erano per mio padre.
In quei momenti mi rendevo conto di quanto la mia
famiglia non mi piacesse, di quanto mi sentissi solo
tra le nevrosi dei miei genitori e di quanto essi rappresentassero,
in un microcosmo quasi sconosciuto, tutto ciò che di
peggio avessi trovato ogni giorno per la strada e nei
negozi, all'università come negli uffici postali. Poi,
forse a causa della febbre, mi addormentavo, e anche
quello era un modo per sfuggire ai pensieri...
{MUSICA}
In montagna il mio letto non era che un dolce ricordo!
Mi arrangiavo in grotte o sotto sporgenze per ripararmi
dalla pioggia. Un buon sacco a pelo ed una coperta facevano
il resto, quando non sentivo abbastanza freddo per accedere
un fuoco. Le notti che ricordo con più piacere erano
quelle serene, stellate, durante le quali dormivo allo
scoperto per scrutare il cielo, dopo aver acceso un
fuoco, aver bevuto un sorso di quel liquore di valle
che mi ero portato dietro e dopo aver suonato qualcosa
con il flauto.
In quelle sere mi addormentavo sereno e non pensavo
più alla famiglia o alla città: chiudevo gli occhi nel
ricordo delle cose migliori che avevo lasciato laggiù,
come le serate con gli amici o le notti clandestine
d'amore con la mia compagna. Ma mi accorgevo anche di
come tutto questo non accendesse la nostalgia. In fondo
stavo bene perché quella era stata la mia scelta...
{MUSICA}
Una mattina fui svegliato da un branco di cavalli
selvaggi che mi erano passati piuttosto vicino, correndo
all'impazzata, spaventati forse da qualcuno di cui ignoravo
la presenza, fino a dileguarsi in una fitta cortina
di nuvole che si stavano avvicinando spinte da un forte
vento.
Il rumore della loro corsa sui ciottoli del sentiero
mi parve simile a quello di una frana; e forse poteva
esserlo davvero, ma la mia momentanea cecità mi impediva
di esserne sicuro.
Il fragore si allontanò portando con sé quel senso
di angosce che sempre mi prendeva nei momenti in cui
venivo avvolto dalla nebbia...
Ecco!... Lo sconosciuto, il misterioso, non sapere
cosa c'è "al di là" delle cose: questa era la mia paura!
Dietro giorni di cammino, dietro pranzi e cene frugali
e spesso insufficienti, dietro il freddo e l'umidità,
dietro l'alternarsi dei sentimenti di angoscia e serenità,
dietro il sole e le nubi, dietro ricordi e nostalgie
passeggere, dietro le ombre di mio padre, di mia madre,
dei miei amici, della mia compagna, dietro il suono
unico, indicibile, irriproducibile del mio amico flauto,
c'era il terrore dell'ignoto!
Aveva ragione mio padre allora? La vita andava combattuta?
E poi vinta e derisa?
Quale destino aveva l'uomo in preda alla pazzia di
odiare la vita? Chi, nel corso della storia, era riuscito
a sopraffare la vita guadagnandosi l'immortalità? Perché
avrei dovuto riuscirci proprio io?... Già, ma poi: chi
mi stava chiedendo tanto?
Mio padre pretendeva da me solo di essere capace
di procurarmi il necessario per mantenermi fuori di
casa! Una famiglia no, non pretendeva tanto!
Forse la riteneva un lusso, come un cappotto nuovo.
O forse non gli piacevano le donne che frequentavo.
O forse, più semplicemente, ma in gran segreto, mi immaginava
così come doveva essere stato lui alla mia età: diverso,
pieno di buona volontà, senza grilli per la testa e
innamorato cotto di mia madre. Pensare a se stesso,
alla sua età e con la sua famiglia e immaginare me nei
suoi panni doveva essere il suo tarlo! Non ero capace
di reprimere la convinzione che, in fondo a tutto il
suo scetticismo circa la mia capacità di mettere su
famiglia, egli mi volesse dare un consiglio, un fluido,
strisciante, impercettibile consiglio. Tanto impercettibile
quanto vietato, quasi un atto rivoluzionario che, per
quest'uomo così "normale" e diverso da tutti i padri
"moderni", non poteva esplodere nella pienezza di una
frase come: "non ti sposare, non accollarti la responsabilità
di una famiglia: potresti pentirtene!". Essa restava
chiuso in una bolla di sapone che volteggiava sulle
nostre teste senza mai esplodere.
Ormai capivo tutto! Mi ero abituato a quel parlare-non
parlare, a quell'esprimersi per sottintesi, a quel trovarmi
sempre più spesso in situazioni ambigue nelle quali
non riuscivo, però, a cogliere le realtà del discorso,
preoccupato com'ero di cercare significati nascosti.
Mi rendo conto solo adesso di quanto tempo perdessi
nell'interpretare frasi che nella realtà erano chiarissime
e non nascondevano alcun doppio senso.
In città non riuscivo ad essere sereno, perché in
essa vivevo tra mille intrighi, mille sottintesi, mille
maschere che nascondevano la realtà togliendomi ogni
possibilità di difesa.
Era stanco di non poter prevedere gli stadi d'animo
dei miei genitori e di chiunque altro avessi vicino.
Ad ogni incontro con la mia compagna mi presentavo
con il viso contratto da una smorfia che tradiva, senz'ombra
di dubbio, il nervosismo causato dall'incertezza di
ciò che sarebbe potuto accadere. Da casa mia al luogo
dell'appuntamento non riuscivo a smettere di domandarmi:
"di che umore sarà?", "staremo bene o litigheremo?",
"mi dirà di essere innamorata o mi lascerà ancora una
volta?", e questi dubbi si risolvevano solo nel momento
in cui, scorgendola, afferravo sul suo volto tensione
o serenità.
Nel primo caso le ansie di tutti e due esplodevano
in liti che amavo definire "intelligenti" perché non
si basavano né sulle urla né, tantomeno, sulla violenza,
ma piuttosto su un terribile incalzare di frasi, domande,
risposte, tutte armate di belle parole, di concetti
ineccepibili, quasi si trattasse di una disputa filosofica
piuttosto che di una lite tra amanti.
Tra i due vinceva chi riusciva a dire l'ultima, tanto
che spesso ero stato costretto - come lei, del resto
- a trattenerla con la forza mentre tentava di allontanarsi
dopo aver pronunciato una frase che doveva sembrarle
definitiva. Invece ci costringevamo ad ascoltarci ancora,
ribattendo le ultime affermazioni e ricominciando da
capo, andando avanti per ore.
Nei momenti di calma, invece, tutto procedeva come
per ogni normalissima coppia, anche se la mia serenità
non era mai totale, in quanto non riuscivo a liberarmi
del pensiero che il giorno dopo, probabilmente, la situazione
sarebbe stata ben differente...
{MUSICA}
La decisione di liberarmi da queste situazioni, dalla
famiglia, dalla città, tutte unite in una gara tra chi
fosse in grado di opprimermi maggiormente, la presi
in un giorno di pioggia nel quale, malinconicamente,
sfogliavo dei libri. Mi attrasse una pagina dei "Discorsi
Cristiani" di Sören Kierckegaard dove lessi: "Colui
che l'amore non rende silenzioso, non è preso dall'amore;
la stessa cosa si può dire per chi ha preso una decisione:
se ne parla ancora una vera decisione non c'è!".
E poi, qualche riga dopo. "egli non vuole mettere
tutto in gioco, riempiendo d'angoscia la sua anima:
per questo ne continua a parlare".
Fui molto silenzioso. In capo a due giorni ero pronto
a partire, deciso ad affrontare la montagna. Le uniche
parole spese furono quelle con cui avvisai genitori
ed amici della mia decisione...
{MUSICA}
Era passato molto tempo dalla mia partenza, e ogni
giorno di più mi rendevo conto di quanto non mi pesassero
solitudine e fatica.
In quell'ambiente ero riuscito a ritrovare me stesso,
a compiere nuovamente il miracolo concreto di un rapporto
reale con la Natura.
In fondo ero enormemente dispiaciuto dal fatto che
a portarmi lassù fosse stata una serie di situazioni
dalle quali mi era sembrato bene fuggire. Mi prendeva
spesso il dubbio di non aver compiuto una scelta, ma
di essere stato costretto all'avventura, alle privazioni,
alla fatica. Ero certo, però, di una mia ritrovata serenità
nel rapporto con la natura, come se misurarmi con essa
mi desse sensazioni più complete di quanto non succedesse
opponendomi a quella che per mio padre era "la Vita",
ma che in realtà era solo sopravvivenza alla città,
all'industrializzazione, all'arrivismo, alla competitività,
alla violenza, alla disgregazione sociale, alla massificazione,
all'annullamento della personalità.
Ma non avevo ancora il coraggio di chiamare i miei
sentimenti con il nome di "Libertà". E fu mentre stavo
cercando di decidere se la mia fosse libertà o illusione,
che incontrai quel pastore.
Era il primo essere umano che incontravo da molti
giorni e non riuscii a nascondere un moto di ansia.
Lui capì, ho almeno così mi parve, e cercò di rassicurarmi
trascorrendo lunghi minuti in lontananza e poi parlando
a gesti, sempre senza avvicinarsi, offrendomi di dividere
il suo cibo...
{MUSICA}
Mangiammo del formaggio e del pane azzimo scambiandoci
poche parole. Era vecchio, con il viso scavato dal vento
e dal freddo, con molti capelli, tutti bianchissimi.
Con gesti lenti lanciava del cibo ai cani e questi,
contrariamente a quanto succede di solito, non si azzuffavano
per appropriarsene, ma si avvicinavano al boccone prima
l'uno poi l'altro, alternandosi ad ogni lancio del pastore.
Sembrava quasi che egli avesse travasato negli animali
la sua calma, la sua freddezza. Talvolta dava loro degli
ordini in dialetto. Io non capivo, ma decifravo quelle
frasi osservando i cani che obbedivano con inverosimile
sicurezza.
Gettai a terra due pezzi di formaggio, ma essi non
si mossero. Il vecchio disse loro qualcosa e solo allora
essi si avvicinarono e mangiarono il mio cibo. L'uomo
mi guardò con un sorriso che mi parve farlo soffrire,
come se la pelle rinsecchita e battuta dal vento gli
tirasse sul viso provocando dolore. Ma conservando quel
sorriso disse: "vedrai, si abitueranno alla tua presenza,
e tu alla loro... E anche alla mia!".
Non capii perché desse per scontata la mia permanenza,
e solo allora mi resi conto del fatto che non aveva
chiesto nulla né del mio viaggio né del mio passato,
come se non gli importasse o sapesse già tutto! Uscimmo
dall'ovile e portammo le pecore ad un pascolo poco lontano.
I cani non camminavano accanto al gregge, ma seguivano
il vecchio. Del resto le pecore camminavano raggruppate
anche senza il loro controllo. E quando una di esse
usciva dal gregge, era il vecchio stesso, con una delle
sue frasi incomprensibili, a farla rientrare. Tutto
questo non mi stupiva quasi più, ma d'un tratto l'uomo
si voltò e, con il suo solito sorriso, mi disse "non
guardarmi con quella faccia: imparerai anche tu!".
Era dunque certo che io sarei rimasto lì! Non aveva
dubbi, contrariamente a me che ne avevo, e come! La
ricerca della solitudine, la fuga dagli uomini, l'allontanamento
da ogni forma di lavoro organizzata ed alienante erano
le ragioni della mia presenza lassù. Mal tempo stesso
quel vecchio, con la sua personalità e con il suo lavoro,
mi affascinava.
La capacità di capire ciò che stavo pensando, il
suo modo di fare estremamente semplice sincero, questo
parlare con gli animali facendosi comprendere da loro,
erano altrettanti freni nella mia volontà, fine se stessa,
di continuare la mia strada. Se avessi avuto una ragione
valida per giustificare la mia fuga non avrei avuto
dubbi. Ma quello che non avevo saputo fare era stato
trovare un'alternativa.
Vedendo quell'uomo mi veniva da ridere pensando ai
momenti in cui ero sentito un tutt'uno con la Natura.
Pensavo alla mia presunzione nel sentirmi padrone
di ciò che mi circondava, mi rendevo conto di come riuscissi
a confondermi con quei valori, sempre rifiutati, che
vogliono l'Uomo al di sopra di tutto.
I pensieri mi avevano rallentato il passo facendomi
rimanere indietro. Mi ripresi quando sentii su di me
lo sguardo del vecchio.
Ciò che stavo cercando, forse, non si trovava tra
quei monti o nella vita di quel pastore che aveva trovato
un rapporto nuovo tra sé e il lavoro. Ma questo, forse,
non mi importava più. Così, al suo terzo sorriso, senza
che dicesse niente, presi il mio flauto e, suonando
una delle arie che amavo di più, lo seguii...
{MUSICA}
[in alto]
|
ALTRI RACCONTI:
• Il Predone
|