» LASSÙ, IN CIMA ALLE MONTAGNE

di Raffaele Corte
[Racconto presentato al concorso radiofonico "UN RACCONTO PER TUTTI" RAI – RADIOTELEVISIONE ITALIANA (1978)]

montagna Questo racconto è stato presentato nel 1978 ad un concorso dell'attuale Radio1 Rai.

La caratteristica principale richiesta era che il racconto fosse strutturato in modo da poter presentare degli intermezzi musicali.

Per quanto a mia conoscenza, la programmazione di "Un Racconto per Tutti" basato sui lavori inviati dagli ascoltatori non ha mai avuto seguito

Buona lettura

» TESTO INTEGRALE

Quel giorno provavo uno strano senso di solitudine. Neanche il mio amico riusciva tenermi quel po' di compagnia che in genere gli chiedevo. Forse avrei fatto meglio non portarlo con me!

Il vento mi accarezzava docile, lasciandosi andare a momenti di impietosita. Talvolta mi pareva cattivo, ma forse era solo severo, come un padre che spinge ad agire con vigore perché la vita non prenda il sopravvento, quasi essa non dovesse essere vissuta, ma piuttosto combattuta...

Sì, quel vento sembrava mio padre, amico o nemico a seconda del momento, della situazione, degli umori: il mio Grillo Parlante.

Mio padre sapeva tutto della vita. Di lei aveva conosciuto tutto quello che un uomo deve conoscere: l'amore, il lavoro, i giorni di festa vestiti bene e perfino la guerra: terribile, crudele, sanguinosa, ma anche dolce, come nei momenti in cui la calma concedeva una corsa per i prati o un bicchiere di vino con gli amici. Atti eccezionalmente belli perché quasi proibiti da pochi, folli e potenti, intenti ad odiarsi.

Mio padre, dunque, sapeva tutto della vita. Conosceva, in particolare, i trucchi per combatterla, per metterla alle corde. Una sola cosa non era mai stato in grado di imparare: a viverla...

{MUSICA}

Il vento aveva portato nubi basse che in breve impedirono di vedere lo splendido panorama goduto fino a poco prima.

Mi parve, in quel momento, di essere ancora più solo.

Il mio amico, l'unico che meritasse di seguirmi, si era coperto di centinaia di minuscole goccioline d'acqua provenienti dalle nubi che ci avvolgevano.

"Mi dispiace!" Gli dissi quasi per gentilezza, ma non era la verità. Anzi, ero contento che fosse lì con me e in alcuni momenti pensavo che la mia forza fosse riposta completamente in lui, come se quel mio flauto fosse uno dei trucchi che mio padre aveva tentato di insegnarmi per sconfiggere i mali della vita.

Il suo suono, la sua forma, il suo colore, il materiale stesso con cui era stato costruito, in fondo, mi aiutavano a superare le montagne, a non sentir freddo, fame e solitudine. Del resto era lì per quello: nessuno dei miei amici in carne ed ossa avrebbe potuto darmi tanto in una volta sola.

Ma quel giorno la solitudine si era fatta feroce.

"Soffia più forte, vento!"

Gridai d'un tratto, ed era una preghiera affinché portasse lontano quelle nuvole che nascondevano il sole.

Niente da fare!: una brezza leggera mi accarezzava! Non ne fui contento, perché dietro quella carezza c'erano migliaia di fastidiose goccioline d'acqua che si condensavano sulla mia barba e sul mio flauto. E il pensiero di mio padre!

Parlavamo poco io e lui: lo conoscevo per il suo lavoro, per quello che raccontava mia madre, per i suoi passatempi...

Dipingeva, e costruiva le cornici che avrebbero cinto i suoi quadri. Era abile in tutto: preciso, meticoloso fino all'ossessione, ma privo di quel po' di fantasia che ne verrebbe fatto un uomo "intero". Perfino i suoi quadri non erano frutto di fantasia, ma di un continuo, formichesco lavoro di ricerca, unione, rifacimento, ingrandimento, adattamento di mille figure raccolte qua e là. I suoi cassetti rappresentavano altrettanti incubi, pieni com'erano di uomini, donne, bambini, alberi, case, montagne, strade, messi alla rinfusa in atteggiamenti e posizioni fuori dall'usuale: un falegname sopra una casa col tetto pieno di neve e una donna in groppa a un cane, oppure un bambino seduto su un bel fuoco ed un cacciatore appollaiato su un albero.

Al minimo spostamento tutto questo mondo si capovolgeva, prendeva nuove forme, e le situazioni inquietanti di poco prima si tramutavano in rappresentazioni di un onirismo più classico: bambini danzanti, cani e gatti presi dalle loro lotte millenarie, cacciatori in attesa di una preda, uccelli, assolutamente sconosciuti ad ogni ornitologo, svolazzanti di fronte ad un sole dei colori talmente irreali da rendersi eccezionalmente invitante.

Ero particolarmente affascinato dalle multiformi attività che si svolgevano in quei cassetti, anche perché molte di esse, in quella situazione caleidoscopica, mi ricordavano me stesso, il mio saper fare tutto e niente, il mio interesse per il mondo intero e l'incapacità di concentrarmi su un "unicum" che magari mi avrebbe aiutato nella vita, o perlomeno avrebbe permesso di allontanarmi dalla famiglia e mantenermi. Insomma non riuscivo ad accontentare mio padre, a far fronte alla vita, a fare in modo che essa non mi uccidesse...

{MUSICA}

Il panorama riapparve all'improvviso, mi ritrovai nuovamente circondato dal verde e dalle rocce, e mi sorpresi con un lieve sorriso sulle labbra nel vedere i rari arbusti sopravvissuti all'altitudine e al terreno infelice.

Meravigliato dal mio ritrovato buonumore, pensai che esso dovesse dipendere fortemente da quella luce e da quel calore così penetranti da invadere tutto il corpo. Nel calore e nella luce ritrovavo, ogni volta, la voglia e la forza di continuare. Dimenticavo le difficoltà e le ragioni che mi avevano spinto ad affrontarle.

Uscire dalla nebbia e percorrere un viottolo scoprendo dietro ogni costone di roccia un panorama diverso era come capire a fondo la realtà e se il desiderio di comprendere la realtà era stata una delle ragioni che mi avevano spinto a lasciare la città, la famiglia e gli amici, non potevo non sentirmi sereno.

Le città mi aveva stancato, me la sentivo stretta come un vecchio cappotto che mia madre si ostinava farmi indossare ripetendomi ogni volta che solo con il risparmio avremmo potuto difendere le nostre finanze. Ero del tutto d'accordo. Solo non riuscivo a capire perché si dovesse risparmiare su cose che mi erano necessarie mentre spesso si spendevano soldi in luccicanti attrazioni da fiera svendute da supermercati e grandi magazzini.

A pensarci bene, poi, le nostre finanze non erano così malandate da dovermi costringere in un cappotto stretto e brutto. Direi piuttosto che la mia famiglia è sempre stata influenzata dall'uso, tipicamente occidentale, di acquistare il minimo indispensabile di ciò che è utile, per poi sfogarsi in compere frenetiche di inutilità.

Ho sempre odiato questo modo di fare, e ciò faceva sì che qui cappotto mi stringesse sempre di più, fino a soffocarmi. Allora preferivo uscire con un maglione e gironzolare per le vie illuminate fermandomi, spesso senza rendermene conto, davanti a vetrine piene di cappotti di ogni misura e foggia. Naturalmente mi ammalavo, ma nel letto delle mie influenze mi sentivo rivalutato, circondato com'ero dall'effetto materno.

Se per mio padre i malanni che accusavo facevano parte dei mille diabolici metodi che, a suo giudizio, usavo per eludere il lavoro e lo studio, per mia madre erano un modo di rinascere sottraendosi alla routine delle pulizie domestiche e della spesa quotidiana. Certe volte mi veniva perfino da pensare che non mi si volesse comperare un cappotto nuovo proprio per farmi ammalare, come se io potessi essere, per mia madre, ciò che quadri e cornici erano per mio padre.

In quei momenti mi rendevo conto di quanto la mia famiglia non mi piacesse, di quanto mi sentissi solo tra le nevrosi dei miei genitori e di quanto essi rappresentassero, in un microcosmo quasi sconosciuto, tutto ciò che di peggio avessi trovato ogni giorno per la strada e nei negozi, all'università come negli uffici postali. Poi, forse a causa della febbre, mi addormentavo, e anche quello era un modo per sfuggire ai pensieri...

{MUSICA}

In montagna il mio letto non era che un dolce ricordo! Mi arrangiavo in grotte o sotto sporgenze per ripararmi dalla pioggia. Un buon sacco a pelo ed una coperta facevano il resto, quando non sentivo abbastanza freddo per accedere un fuoco. Le notti che ricordo con più piacere erano quelle serene, stellate, durante le quali dormivo allo scoperto per scrutare il cielo, dopo aver acceso un fuoco, aver bevuto un sorso di quel liquore di valle che mi ero portato dietro e dopo aver suonato qualcosa con il flauto.

In quelle sere mi addormentavo sereno e non pensavo più alla famiglia o alla città: chiudevo gli occhi nel ricordo delle cose migliori che avevo lasciato laggiù, come le serate con gli amici o le notti clandestine d'amore con la mia compagna. Ma mi accorgevo anche di come tutto questo non accendesse la nostalgia. In fondo stavo bene perché quella era stata la mia scelta...

{MUSICA}

Una mattina fui svegliato da un branco di cavalli selvaggi che mi erano passati piuttosto vicino, correndo all'impazzata, spaventati forse da qualcuno di cui ignoravo la presenza, fino a dileguarsi in una fitta cortina di nuvole che si stavano avvicinando spinte da un forte vento.

Il rumore della loro corsa sui ciottoli del sentiero mi parve simile a quello di una frana; e forse poteva esserlo davvero, ma la mia momentanea cecità mi impediva di esserne sicuro.

Il fragore si allontanò portando con sé quel senso di angosce che sempre mi prendeva nei momenti in cui venivo avvolto dalla nebbia...

Ecco!... Lo sconosciuto, il misterioso, non sapere cosa c'è "al di là" delle cose: questa era la mia paura!

Dietro giorni di cammino, dietro pranzi e cene frugali e spesso insufficienti, dietro il freddo e l'umidità, dietro l'alternarsi dei sentimenti di angoscia e serenità, dietro il sole e le nubi, dietro ricordi e nostalgie passeggere, dietro le ombre di mio padre, di mia madre, dei miei amici, della mia compagna, dietro il suono unico, indicibile, irriproducibile del mio amico flauto, c'era il terrore dell'ignoto!

Aveva ragione mio padre allora? La vita andava combattuta? E poi vinta e derisa?

Quale destino aveva l'uomo in preda alla pazzia di odiare la vita? Chi, nel corso della storia, era riuscito a sopraffare la vita guadagnandosi l'immortalità? Perché avrei dovuto riuscirci proprio io?... Già, ma poi: chi mi stava chiedendo tanto?

Mio padre pretendeva da me solo di essere capace di procurarmi il necessario per mantenermi fuori di casa! Una famiglia no, non pretendeva tanto!

Forse la riteneva un lusso, come un cappotto nuovo. O forse non gli piacevano le donne che frequentavo. O forse, più semplicemente, ma in gran segreto, mi immaginava così come doveva essere stato lui alla mia età: diverso, pieno di buona volontà, senza grilli per la testa e innamorato cotto di mia madre. Pensare a se stesso, alla sua età e con la sua famiglia e immaginare me nei suoi panni doveva essere il suo tarlo! Non ero capace di reprimere la convinzione che, in fondo a tutto il suo scetticismo circa la mia capacità di mettere su famiglia, egli mi volesse dare un consiglio, un fluido, strisciante, impercettibile consiglio. Tanto impercettibile quanto vietato, quasi un atto rivoluzionario che, per quest'uomo così "normale" e diverso da tutti i padri "moderni", non poteva esplodere nella pienezza di una frase come: "non ti sposare, non accollarti la responsabilità di una famiglia: potresti pentirtene!". Essa restava chiuso in una bolla di sapone che volteggiava sulle nostre teste senza mai esplodere.

Ormai capivo tutto! Mi ero abituato a quel parlare-non parlare, a quell'esprimersi per sottintesi, a quel trovarmi sempre più spesso in situazioni ambigue nelle quali non riuscivo, però, a cogliere le realtà del discorso, preoccupato com'ero di cercare significati nascosti.

Mi rendo conto solo adesso di quanto tempo perdessi nell'interpretare frasi che nella realtà erano chiarissime e non nascondevano alcun doppio senso.

In città non riuscivo ad essere sereno, perché in essa vivevo tra mille intrighi, mille sottintesi, mille maschere che nascondevano la realtà togliendomi ogni possibilità di difesa.

Era stanco di non poter prevedere gli stadi d'animo dei miei genitori e di chiunque altro avessi vicino.

Ad ogni incontro con la mia compagna mi presentavo con il viso contratto da una smorfia che tradiva, senz'ombra di dubbio, il nervosismo causato dall'incertezza di ciò che sarebbe potuto accadere. Da casa mia al luogo dell'appuntamento non riuscivo a smettere di domandarmi: "di che umore sarà?", "staremo bene o litigheremo?", "mi dirà di essere innamorata o mi lascerà ancora una volta?", e questi dubbi si risolvevano solo nel momento in cui, scorgendola, afferravo sul suo volto tensione o serenità.

Nel primo caso le ansie di tutti e due esplodevano in liti che amavo definire "intelligenti" perché non si basavano né sulle urla né, tantomeno, sulla violenza, ma piuttosto su un terribile incalzare di frasi, domande, risposte, tutte armate di belle parole, di concetti ineccepibili, quasi si trattasse di una disputa filosofica piuttosto che di una lite tra amanti.

Tra i due vinceva chi riusciva a dire l'ultima, tanto che spesso ero stato costretto - come lei, del resto - a trattenerla con la forza mentre tentava di allontanarsi dopo aver pronunciato una frase che doveva sembrarle definitiva. Invece ci costringevamo ad ascoltarci ancora, ribattendo le ultime affermazioni e ricominciando da capo, andando avanti  per ore.

Nei momenti di calma, invece, tutto procedeva come per ogni normalissima coppia, anche se la mia serenità non era mai totale, in quanto non riuscivo a liberarmi del pensiero che il giorno dopo, probabilmente, la situazione sarebbe stata ben differente...

{MUSICA}

La decisione di liberarmi da queste situazioni, dalla famiglia, dalla città, tutte unite in una gara tra chi fosse in grado di opprimermi maggiormente, la presi in un giorno di pioggia nel quale, malinconicamente, sfogliavo dei libri. Mi attrasse una pagina dei "Discorsi Cristiani" di Sören Kierckegaard dove lessi: "Colui che l'amore non rende silenzioso, non è preso dall'amore; la stessa cosa si può dire per chi ha preso una decisione: se ne parla ancora una vera decisione non c'è!".

E poi, qualche riga dopo. "egli non vuole mettere tutto in gioco, riempiendo d'angoscia la sua anima: per questo ne continua a parlare".

Fui molto silenzioso. In capo a due giorni ero pronto a partire, deciso ad affrontare la montagna. Le uniche parole spese furono quelle con cui avvisai genitori ed amici della mia decisione...

{MUSICA}

Era passato molto tempo dalla mia partenza, e ogni giorno di più mi rendevo conto di quanto non mi pesassero solitudine e fatica.

In quell'ambiente ero riuscito a ritrovare me stesso, a compiere nuovamente il miracolo concreto di un rapporto reale con la Natura.

In fondo ero enormemente dispiaciuto dal fatto che a portarmi lassù fosse stata una serie di situazioni dalle quali mi era sembrato bene fuggire. Mi prendeva spesso il dubbio di non aver compiuto una scelta, ma di essere stato costretto all'avventura, alle privazioni, alla fatica. Ero certo, però, di una mia ritrovata serenità nel rapporto con la natura, come se misurarmi con essa mi desse sensazioni più complete di quanto non succedesse opponendomi a quella che per mio padre era "la Vita", ma che in realtà  era solo sopravvivenza alla città, all'industrializzazione, all'arrivismo, alla competitività, alla violenza, alla disgregazione sociale, alla massificazione, all'annullamento della personalità.

Ma non avevo ancora il coraggio di chiamare i miei sentimenti con il nome di "Libertà". E fu mentre stavo cercando di decidere se la mia fosse libertà o illusione, che incontrai quel pastore.

Era il primo essere umano che incontravo da molti giorni e non riuscii a nascondere un moto di ansia. Lui capì, ho almeno così mi parve, e cercò di rassicurarmi trascorrendo lunghi minuti in lontananza e poi parlando a gesti, sempre senza avvicinarsi, offrendomi di dividere il suo cibo...

{MUSICA}

Mangiammo del formaggio e del pane azzimo scambiandoci poche parole. Era vecchio, con il viso scavato dal vento e dal freddo, con molti capelli, tutti bianchissimi.

Con gesti lenti lanciava del cibo ai cani e questi, contrariamente a quanto succede di solito, non si azzuffavano per appropriarsene, ma si avvicinavano al boccone prima l'uno poi l'altro, alternandosi ad ogni lancio del pastore. Sembrava quasi che egli avesse travasato negli animali la sua calma, la sua freddezza. Talvolta dava loro degli ordini in dialetto. Io non capivo, ma decifravo quelle frasi osservando i cani che obbedivano con inverosimile sicurezza.

Gettai a terra due pezzi di formaggio, ma essi non si mossero. Il vecchio disse loro qualcosa e solo allora essi si avvicinarono e mangiarono il mio cibo. L'uomo mi guardò con un sorriso che mi parve farlo soffrire, come se la pelle rinsecchita e battuta dal vento gli tirasse sul viso provocando dolore. Ma conservando quel sorriso disse: "vedrai, si abitueranno alla tua presenza, e tu alla loro... E anche alla mia!".

Non capii perché desse per scontata la mia permanenza, e solo allora mi resi conto del fatto che non aveva chiesto nulla né del mio viaggio né del mio passato, come se non gli importasse o sapesse già tutto! Uscimmo dall'ovile e portammo le pecore ad un pascolo poco lontano. I cani non camminavano accanto al gregge, ma seguivano il vecchio. Del resto le pecore camminavano raggruppate anche senza il loro controllo. E quando una di esse usciva dal gregge, era il vecchio stesso, con una delle sue frasi incomprensibili, a farla rientrare. Tutto questo non mi stupiva quasi più, ma d'un tratto l'uomo si voltò e, con il suo solito sorriso, mi disse "non guardarmi con quella faccia: imparerai anche tu!".

Era dunque certo che io sarei rimasto lì! Non aveva dubbi, contrariamente a me che ne avevo, e come! La ricerca della solitudine, la fuga dagli uomini, l'allontanamento da ogni forma di lavoro organizzata ed alienante erano le ragioni della mia presenza lassù. Mal tempo stesso quel vecchio, con la sua personalità e con il suo lavoro, mi affascinava.

La capacità di capire ciò che stavo pensando, il suo modo di fare estremamente semplice sincero, questo parlare con gli animali facendosi comprendere da loro, erano altrettanti freni nella mia volontà, fine se stessa, di continuare la mia strada. Se avessi avuto una ragione valida per giustificare la mia fuga non avrei avuto dubbi. Ma quello che non avevo saputo fare era stato trovare un'alternativa.

Vedendo quell'uomo mi veniva da ridere pensando ai momenti in cui ero sentito un tutt'uno con la Natura.

Pensavo alla mia presunzione nel sentirmi padrone di ciò che mi circondava, mi rendevo conto di come riuscissi a confondermi con quei valori, sempre rifiutati, che vogliono l'Uomo al di sopra di tutto.

I pensieri mi avevano rallentato il passo facendomi rimanere indietro. Mi ripresi quando sentii su di me lo sguardo del vecchio.

Ciò che stavo cercando, forse, non si trovava tra quei monti o nella vita di quel pastore che aveva trovato un rapporto nuovo tra sé e il lavoro. Ma questo, forse, non mi importava più. Così, al suo terzo sorriso, senza che dicesse niente, presi il mio flauto e, suonando una delle arie che amavo di più, lo seguii...

{MUSICA}

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