» I CERCHI SULL'ACQUA

di Raffaele Corte [Pubblicato su "Proposta Educativa" del 2 aprile 1979]

cerchi sull'acqua

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista dell'Agesci destinata agli educatori scout nel 1979.
Naturalmente, molta acqua è passata sotto i ponti e molti riferimenti - nomi e fatti - saranno oggi, ai più, del tutto indecifrabili.
Resta, nel complesso, la sensazione che il progresso e lo sviluppo degli ultimi trent'anni, in definitiva, non siano stati in grado di modificare né gli atteggiamenti, né le situazioni.

Buona lettura!

» ARTICOLO INTEGRALE

Non capita ogni giorno di essere derubati! In questa nostra ormai stanca società l’industria del furto non è ancora, fortunatamente, la più sviluppata. Eppure può succedere anche questo: che un poveraccio come il sottoscritto venga «alleggerito» di un portafoglio magro come una vacca indiana. Robin Hood non ha insegnato proprio niente!

Preciso immediatamente di non avere alcuna intenzione di aprire una pubblica sottoscrizione a mio favore: le venti o trenta lire che potrei ricavarne riuscirei ad ottenerle ugualmente dicendo una bella scemata a Dino Gasparri (noto lanciatore di monetine e bottoni indirizzati a quanti tentano di esprimersi per mezzo di stoltezze!). E poi, dimenticavo di dirlo, il mio portafogli, ora, è al sicuro in una tasca del mio consunto e gucciniano eskimo. Farò meglio, dunque, a parlare dei ladri.

Erano in tre, alcun cartoni coprivano le loro mani, avranno avuto tutti insieme circa cinquantacinque anni, dei quali una trentacinquina assorbita interamente da una presunta madre che, tra l’altro, non mi si è nemmeno avvicinata. Se la matematica non è un’opinione restano circa venti anni da dividere generosamente tra un maschio, più grande, ed una femmina. Diciamo undici anni lui e nove lei: due bambini!

Segni particolari? Pelle olivastra, scarsa dedizione alla pulizia personale e linguaggio stentato. Zingari, dunque: lo spauracchio preferito da mamme e nonni alle prese con pianti e capricci infantili, il capro espiatorio per molte situazioni in/degne, il terrore dei benpensanti più o meno danarosi...
Ci siamo ormai talmente abituati all’idea dello zingaro criminale che da buon borghesotto neanche io, forse, riuscirò ad esprimermi totalmente e nella serenità che sarebbe necessaria.

Allora afferro tutta la mia scienza, la mia capacità critica e, con lo sforzo dovuto, mi ergo aristocratimente al di sopra delle parti spendendo giudizi che probabilmente non mi competono.

Ricordo fin troppo bene le minacce di mia madre: «se non mangi vengono gli zingari e ti portano via!». Pensate a quello che volete, ma io oggi peso quasi un quintale! Un certo modo di pensare innesta nei nostri cervelli convinzioni dalle quali è difficile liberarci. Per me gli zingari sono un pretesto: ogni fatto increscioso viene regolarmente attribuito ai marginali», a chi vive di espedienti, a chi in genere è fuori dalla «norma», senza mai dare una possibilità di appello. In questo modo si crea il circolo vizioso dell’emarginazione. Chi non si inserisce in un discorso produttivo, motore portante della nostra società, consensualizzandone norme e valori, diviene un nemico. Ma non possiamo dimenticare che le norme e i valori vengono interiorizzati fin dall’infanzia attraverso una serie di agenti (famiglia, scuola, ecc.) preposti a tal fine dalla cultura imperante. Torniamo agli zingari: un popolo diverso, una cultura diversa, norme e valori diversi. Gente che ha quasi abbandonato la pastorizia e l’artigianato per la impossibilità reale, nelle città, di svolgere queste attività, si trova di fronte al muro di una cultura estranea che nel lavoro aliena la personalità invece di svilupparla, e che quindi si rende inaccettabile. Che alcune Giunte Comunali concedano aree libere alle carovane, personalmente, mi pare giusto. Ma resta sempre il dubbio che tali zone siano intese come ghetti più che come centri di aggregazione delle minoranze etniche e sociali. E si corre il rischio di creare nuove forme di emarginazione. Così, se qualche zingaro ha accettato la realtà industriale, qualche altro continua testardamente a svolgere le attività dei padri, molti altri si abbandonano a tutti quei fenomeni che ben conosciamo. In una situazione di emarginazione, dunque, qualcuno si emargina ancora di più, e la figura «ufficiale» degli zingari dipende da questi ultimi: il patologico salta subito agli occhi! Dall’alto dei nostri valori «unici» e «universali» riusciamo a giudicare «ladro», o «assassino, o stupratore» un intero popolo senza mai provare vergogna per i nostri «civilissimi» errori. In questa gioviale e scherzosa società è sempre tutto regolare: i cattivi sono gli «altri»!

Certe volte si cade, invece, in un atteggiamento paternalistico che non è meno emarginante. Mi ricordo una trasmissione di «apriti sabato» (condotta da Mario Maffucci e Marco Zavattini) che, alcuni mesi fa, ha trattato il problema degli zingari. Pur tra qualche spunto valido, la trasmissione si è basata sullo spettacolo, sui pezzi di bravura, sulle musiche, sull’«altra faccia» dello zingaro, ma di certo non ha dato grandi indicazioni a chiunque volesse vedere il «caso» con occhi diversi. Furti e violini, dunque, e una bambina costretta a sfilarmi il portafogli!

Non posso fare a meno di pensare a quanti passano la vita tuonando contro ladri e borseggiatori senza rendersi conto di quanto questi siano derubati non di denaro, ma del diritto alla vita, al lavoro, alla libera espressione, alla casa, alla famiglia. Le «Teste tuonanti» non vogliono capire quanto sia furfantesco un modo di vita che, dietro una scrivania o sopra una poltrona, crea di per se l’emarginazione, la miseria e, quindi, le esecrate conseguenze. L’importante è chiudere gli occhi, avere una casetta, una macchinetta, una scrivania. E tanto odio verso i «cattivi».

Nella figura della bambina che mi restituisce il portafogli mi scappa di vedere quella di ogni bambina del mio Branco/Cerchio: i bambini sono tutti uguali! Se poi in certe famiglie si ruba e in altre si vive nell’agio questo non è, in particolare, colpa di nessuno: è solo colpa di tutti! Così il rimorso, ogni tanto, si fa sentire, e qualcuno inventa anni internazionali del fanciullo, qualcun altro fa scioperi della fame e noi educhiamo ragazzi che, il più delle volte, se non sono ricchi sono certamente benestanti. Ma gli altri?

La parola d’ordine gratificante, ma priva, nella sostanza, di ogni fondamento, è sempre in agguato. Educazione non emarginante, educazione alla nella per la libertà, educazione su e giù, a destra e sinistra, ma sempre in un cerchio al cui interno parlare di alto basso, qua e là, non ha alcun senso: c’è solo chi è all’interno e chi è all’esterno della circonferenza.

È come il sasso gettato nell’acqua. Il centro, ben nitido, attira la vista e l’interesse: è quello dell’impatto del sasso con l’acqua, dell’idea con il fatto, dell’educazione teorica con il suo fruitore reale, dello scautismo «integrato» con la società.

Ma il cerchio si allarga in linee sempre più confuse fino a scomparire del tutto: ai margini non c’è più niente. Il sasso, nel frattempo, è andato in fondo ed i cerchi non si vedono più nemmeno al centro. Lanciare quella pietra è stato il divertimento di un minuto: l’odioso gratificarsi è stato consumato, ma lo sforzo di lanciare un nuovo sasso è meglio lasciarlo a chi non ha ancora capito l’inutilità dei cerchi sull’acqua...

Ora l’importante è scendere nel concreto, sporcarsi le mani, rischiare di pagare personalmente. La nostra società, nata e cresciuta sulle deleghe, deve cominciare a starci stretta, perché tra gli ideali e la realizzazione pratica esiste un abisso, ed è troppo comodo vivere di idee che non possono mai realizzarsi perché c’è un «qualcosa» che lo impedisce.

Il richiamo all’uso dell’intelligenza, qui, è fin troppo evidente. Le nostre «analisi d’ambiente» non possono restare fatti isolati. Bisogna imparare a non lasciarci prendere la mano dalle pessime abitudini che fanno dell’Italia un paese molto pittoresco, ma perennemente in crisi. È importante abbandonare gli atteggiamenti «italioti», riscontrabili ad ogni livello del nostro sistema sociale, per risvegliare un’intelligenza sopita dai continuo «tappare falle» che offusca le reali esigenze popolari. Finché il livello di azione politica resterà quello di adesso, non avremo il diritto di meravigliarci o addolorarci per la morte di quasi ottanta bambini costretti a vivere in condizioni igienico - sanitarie degne di un lager. Non dovremo indignarci per chi decide di abbandonare la propria beneamata poltrona solo verso i trenta morti per recarsi lì dove il posto che occupa richiederebbe la sua presenza da molto tempo prima.

L’indignazione è il vero male del nostro tempo. Affranti per la morte di un operaio dell’ltalsider, risentiti per il ferimento di cinque donne che stavano gestendo una trasmissione in una radio privata, stufi di continue crisi di governo, indignati da tutto fino agli occhi, ci chiudiamo in casa... e seguiamo i fatti alla TV.

Stiamo per giungere all’epilogo del dramma: lo scautismo italiano, con i suoi valori e con le sue parole d’ordine, in fondo non si discosta dallo schema.

Il lavoro di educatori scout all’ interno delle colonie estive comunali ha permesso un primo contatto con le realtà popolari. Ma dovrà essere la coscienza di ognuno a spingerci verso un’analisi di quella che è la vita di ogni giorno per quei ragazzi. E l’analisi dovrà aiutarci nella scelta di una linea di condotta coerente che può anche condurci fuori dello scautismo, specie quando l’Associazione offre un divario troppo vasto tra idee e fatti, oppure quando si rischia di cadere in una sorta di «abitudine» associativa che ci chiude gli occhi di fronte a realtà diverse, ma in fondo più invitanti.
Per l’ONU il 1979 è l’anno mondiale del fanciullo. Per me una bambina di nove anni, quando è costretta a rubarmi il portafogli, non muore certamente meno di un’altra colpita da «male oscuro»
C’è qualcosa che stona, o forse qualcuno, tra gli orchestrali, non sa suonare...

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