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» I CERCHI SULL'ACQUA
Non capita ogni giorno di essere derubati! In
questa nostra ormai stanca società l’industria del
furto non è ancora, fortunatamente, la più sviluppata.
Eppure può succedere anche questo: che un poveraccio
come il sottoscritto venga «alleggerito» di un portafoglio
magro come una vacca indiana. Robin Hood non ha
insegnato proprio niente!
Preciso immediatamente di non avere alcuna intenzione
di aprire una pubblica sottoscrizione a mio favore:
le venti o trenta lire che potrei ricavarne riuscirei
ad ottenerle ugualmente dicendo una bella scemata
a Dino Gasparri (noto lanciatore di monetine e bottoni
indirizzati a quanti tentano di esprimersi per mezzo
di stoltezze!). E poi, dimenticavo di dirlo, il
mio portafogli, ora, è al sicuro in una tasca del
mio consunto e gucciniano eskimo. Farò meglio, dunque,
a parlare dei ladri.
Erano in tre, alcun cartoni coprivano le loro
mani, avranno avuto tutti insieme circa cinquantacinque
anni, dei quali una trentacinquina assorbita interamente
da una presunta madre che, tra l’altro, non mi si
è nemmeno avvicinata. Se la matematica non è un’opinione
restano circa venti anni da dividere generosamente
tra un maschio, più grande, ed una femmina. Diciamo
undici anni lui e nove lei: due bambini!
Segni particolari? Pelle olivastra, scarsa dedizione
alla puliz! personale e linguaggio stentato. Zingari,
dunque: lo spauracchio preferito da mamme e nonni
alle prese con pianti e capricci infantili, il capro
espiatorio per molte situazioni in/degne, il terrore
dei benpensanti più o meno danarosi...
Ci siamo ormai talmente abituati all’idea dello
zingaro criminale che da buon borghesotto neanche
io, forse, riuscirò ad esprimermi totalmente e nella
serenità che sarebbe necessaria.
Allora afferro tutta la mia scienza, la mia capacità
critica e, con lo sforzo dovuto, mi ergo aristocratimente
al di sopra delle parti spendendo giudizi che probabilmente
non mi competono.
Ricordo fin troppo bene le minacce di mia madre:
«se non mangi vengono gli zingari e ti portano via!».
Pensate a quello che volete, ma io oggi peso quasi
un quintale! Un certo modo di pensare innesta nei
nostri cervelli convinzioni dalle quali è difficile
liberarci. Per me gli zingari sono un pretesto:
ogni fatto increscioso viene regolarmente attribuito
ai marginali», a chi vive di espedienti, a chi in
genere è fuori dalla «norma», senza mai dare una
possibilità di appello. In questo modo si crea il
circolo vizioso dell’emarginazione. Chi non si inserisce
in un discorso produttivo, motore portante della
nostra società, consensualizzandone norme e valori,
diviene un nemico. Ma non possiamo dimenticare che
le norme e i valori vengono interiorizzati fin dall’infanzia
attraverso una serie di agenti (famiglia, scuola,
ecc.) preposti a tal fine dalla cultura imperante.
Torniamo agli zingari: un popolo diverso, una cultura
diversa, norme e valori diversi. Gente che ha quasi
abbandonato la pastorizia e l’artigianato per la
impossibilità reale, nelle città, di svolgere queste
attività, si trova di fronte al muro di una cultura
estranea che nel lavoro aliena la personalità invece
di svilupparla, e che quindi si rende inaccettabile.
Che alcune Giunte Comunali concedano aree libere
alle carovane, personalmente, mi pare giusto. Ma
resta sempre il dubbio che tali zone siano intese
come ghetti più che come centri di aggregazione
delle minoranze etniche e sociali. E si corre il
rischio di creare nuove forme di emarginazione.
Così, se qualche zingaro ha accettato la realtà
industriale, qualche altro continua testardamente
a svolgere le attività dei padri, molti altri si
abbandonano a tutti quei fenomeni che ben conosciamo.
In una situazione di emarginazione, dunque, qualcuno
si emargina ancora di più, e la figura «ufficiale»
degli zingari dipende da questi ultimi: il patologico
salta subito agli occhi! Dall’alto dei nostri valori
«unici» e «universali» riusciamo a giudicare «ladro»,
o «assassino, o stupratore» un intero popolo senza
mai provare vergogna per i nostri «civilissimi»
errori. In questa gioviale e scherzosa società è
sempre tutto regolare: i cattivi sono gli «altri»!
Certe volte si cade, invece, in un atteggiamento
paternalistico che non è meno emarginante. Mi ricordo
una trasmissione di «apriti sabato» (condotta da
Mario Maffucci e Marco Zavattini) che, alcuni mesi
fa, ha trattato il problema degli zingari. Pur tra
qualche spunto valido, la trasmissione si è basata
sullo spettacolo, sui pezzi di bravura, sulle musiche,
sull’«altra faccia» dello zingaro, ma di certo non
ha dato grandi indicazioni a chiunque volesse vedere
il «caso» con occhi diversi. Furti e violini, dunque,
e una bambina costretta a sfilarmi il portafogli!
Non posso fare a meno di pensare a quanti passano
la vita tuonando contro ladri e borseggiatori senza
rendersi conto di quanto questi siano derubati non
di denaro, ma del diritto alla vita, al lavoro,
alla libera espressione, alla casa, alla famiglia.
Le «Teste tuonanti» non vogliono capire quanto sia
furfantesco un modo di vita che, dietro una scrivania
o sopra una poltrona, crea di per se l’emarginazione,
la miseria e, quindi, le esecrate conseguenze. L’importante
è chiudere gli occhi, avere una casetta, una macchinetta,
una scrivania. E tanto odio verso i «cattivi».
Nella figura della bambina che mi restituisce
il portafogli mi scappa di vedere quella di ogni
bambina del mio Branco/Cerchio: i bambini sono tutti
uguali! Se poi in certe famiglie si ruba e in altre
si vive nell’agio questo non è, in particolare,
colpa di nessuno: è solo colpa di tutti! Così il
rimorso, ogni tanto, si fa sentire, e qualcuno inventa
anni internazionali del fanciullo, qualcun altro
fa scioperi della fame e noi educhiamo ragazzi che,
il più delle volte, se non sono ricchi sono certamente
benestanti. Ma gli altri?
La parola d’ordine gratificante, ma priva, nella
sostanza, di ogni fondamento, è sempre in agguato.
Educazione non emarginante, educazione alla nella
per la libertà, educazione su e giù, a destra e
sinistra, ma sempre in un cerchio al cui interno
parlare di alto basso, qua e là, non ha alcun senso:
c’è solo chi è all’interno e chi è all’esterno della
circonferenza.
È come il sasso gettato nell’acqua. Il centro,
ben nitido, attira la vista e l’interesse: è quello
dell’impatto del sasso con l’acqua, dell’idea con
il fatto, dell’educazione teorica con il suo fruitore
reale, dello scautismo «integrato» con la società.
Ma il cerchio si allarga in linee sempre più
confuse fino a scomparire del tutto: ai margini
non c’è più niente. Il sasso, nel frattempo, è andato
in fondo ed i cerchi non si vedono più nemmeno al
centro. Lanciare quella pietra è stato il divertimento
di un minuto: l’odioso gratificarsi è stato consumato,
ma lo sforzo di lanciare un nuovo sasso è meglio
lasciarlo a chi non ha ancora capito l’inutilità
dei cerchi sull’acqua...
Ora l’importante è scendere nel concreto, sporcarsi
le mani, rischiare di pagare personalmente. La nostra
società, nata e cresciuta sulle deleghe, deve cominciare
a starci stretta, perché tra gli ideali e la realizzazione
pratica esiste un abisso, ed è troppo comodo vivere
di idee che non possono mai realizzarsi perché c’è
un «qualcosa» che lo impedisce.
Il richiamo all’uso dell’intelligenza, qui, è
fin troppo evidente. Le nostre «analisi d’ambiente»
non possono restare fatti isolati. Bisogna imparare
a non lasciarci prendere la mano dalle pessime abitudini
che fanno dell’Italia un paese molto pittoresco,
ma perennemente in crisi. È importante abbandonare
gli atteggiamenti «italioti», riscontrabili ad ogni
livello del nostro sistema sociale, per risvegliare
un’intelligenza sopita dai continuo «tappare falle»
che offusca le reali esigenze popolari. Finché il
livello di azione politica resterà quello di adesso,
non avremo il diritto di meravigliarci o addolorarci
per la morte di quasi ottanta bambini costretti
a vivere in condizioni igienico - sanitarie degne
di un lager. Non dovremo indignarci per chi decide
di abbandonare la propria beneamata poltrona solo
verso i trenta morti per recarsi lì dove il posto
che occupa richiederebbe la sua presenza da molto
tempo prima.
L’indignazione è il vero male del nostro tempo.
Affranti per la morte di un operaio dell’ltalsider,
risentiti per il ferimento di cinque donne che stavano
gestendo una trasmissione in una radio privata,
stufi di continue crisi di governo, indignati da
tutto fino agli occhi, ci chiudiamo in casa... e
seguiamo i fatti alla TV.
Stiamo per giungere all’epilogo del dramma: lo
scautismo italiano, con i suoi valori e con le sue
parole d’ordine, in fondo non si discosta dallo
schema.
Il lavoro di educatori scout all’ interno delle
colonie estive comunali ha permesso un primo contatto
con le realtà popolari. Ma dovrà essere la coscienza
di ognuno a spingerci verso un’analisi di quella
che è la vita di ogni giorno per quei ragazzi. E
l’analisi dovrà aiutarci nella scelta di una linea
di condotta coerente che può anche condurci fuori
dello scautismo, specie quando l’Associazione offre
un divario troppo vasto tra idee e fatti, oppure
quando si rischia di cadere in una sorta di «abitudine»
associativa che ci chiude gli occhi di fronte a
realtà diverse, ma in fondo più invitanti.
Per l’ONU il 1979 è l’anno mondiale del fanciullo.
Per me una bambina di nove anni, quando è costretta
a rubarmi il portafogli, non muore certamente meno
di un’altra colpita da «male oscuro»
C’è qualcosa che stona, o forse qualcuno, tra gli
orchestrali, non sa suonare...
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